1563.La svolta nell’autonomia della città di Chieri[1].


 

San Giorgio

San Giorgio

Per quasi i due secoli successivi alla dedizione ai Savoia Acaia, la Società di Popolo Sancti Georgii, divenuta infine Compagnia di San Giorgio, pur avendo perso buona parte della sua autonomia politica, aveva mantenuto alcune prerogative. Seppure di poco rilievo, continuava ad avere diritto ad essere presente in qualità di testimone nelle cause criminali e di nominare fra i propri membri il supplente al vicario in caso di sua assenza. Ben poca cosa se paragonata al potere reale e duraturo orami da tempo saldamente in mano al duca. Di fatto la perdita di autonomia era dovuta alla vicinanza del centro gravitazionale del ducato: «Emanuele Filiberto aveva fatto immediatamente sentire che il vento era cambiato, tanto a Chieri che negli altri centri di rilievo».[2] D’altra parte i contrasti e le risse con le altre parti in causa per la gestione del potere locale erano all’ordine del giorno, cosicché il duca aveva trovato piena giustificazione nell’esautorare le dirigenze locali. Ma Emanuele Filiberto non si era limitato soltanto a rendere vuoti di potere gli organi di gestione della politica cittadina con la sua continua ingerenza. Mediante un’accorta concessione di privilegi ed al tempo stesso, grazie ad un’attenta ingiunzione di obblighi, aveva di fatto applicato il sistema del divide et impera. Infatti, nel 1563 il duca introduce la tassa sui redditi da lavoro artigianale e mercantile. Un’innovazione che trova immediato consenso nella pars del ceto nobiliare, la quale, da sempre soggetta alla tassazione sulla proprietà immobiliare, sostiene l’imposizione dei Savoia affinché la nuova tassa sia applicata alla parte popolare. L’effetto è il netto rifiuto di questi ultimi al provvedimento. Fin dal Trecento infatti,  gli imprenditori locali, proprio dai commerci del fustagno e delle stoffe vendute in tutte le terre allora note, avevano tratto il loro benessere e le loro ricchezze. Ma il duca non si fece sorprendere dalla loro avversione. Il privilegio che prevedeva l’esenzione dalle gabelle e dai dazi concesso d’abitudine ai mercanti e valido in tutta la Contea, divenne rinnovabile ogni anno, a giudizio soggettivo e indiscutibile del duca. Cosicché, mercanti e imprenditori che su quel privilegio facevano buon conto, dovettero accettare l’imposizione che suonava come una sorta di ricatto. Con buona pace per l’autonomia della gestione comunale della città, che a partire da questa data cessa di fatto di esistere.

 

 

 

 

[1] Tratto da: La chiesa del Castello. Nuovi studi sul San Giorgio di Chieri. A cura di A. Marchesin e M. Longhi. EdiTo, Riva p. Chieri, To, 2017

[2] L. Allegra, Il tramonto della Società di San Giorgio di Chieri, in La chiesa del Castello. Nuovi studi sul San Giorgio di Chieri. A cura di A. Marchesin e M. Longhi. Torino, 2017. Pag. 40, 41.

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