Fibre di origine animale: il baco da seta 2a parte


Brevi cenni storici

La conoscenza del baco da seta, la domesticazione e le origini della bachicoltura risalgono a tempi remoti; la prima testimonianza appartiene al VI secolo a.C. ed è contenuta negli Annali delle prime quattro dinastie di Confucio, che riportano questa circostanza: l’imperatrice cinese Si Ling-ki allevava i bachi nel proprio palazzo ed esigeva che le donne del regno seguissero l’esempio. Allo stesso tempo, i cinesi custodivano con cura i segreti dell’allevamento del bombice, non permettendo, pena la morte, che fossero esportate uova o larve; quindi navigatori e commercianti stranieri, (babilonesi, fenici, arabi, ebrei, greci e romani) poterono solo introdurre ed espandere in Occidente il prezioso prodotto: la seta, di cui restavano ignote la natura e la provenienza.

Il baco da seta venne conosciuto nei paesi europei solo intorno all’anno 550 d.C., quando due monaci dell’Ordine di San Basilio, recatisi in Oriente su incarico dell’imperatore Giustiniano, riuscirono a portare via qualche “seme di bachi” fecondo che, nascosto nel cavo dei loro bastoni, giunse fino a Costantinopoli. Da qui, la coltura del baco da seta si diffuse nei Balcani e nell’Asia Minore, in un secondo tempo si estese nei paesi mediterranei, dove, pur con alterne vicende, fu sempre seguita. Da questo primo nucleo, ha preso l’avvio una lunga serie di razze, che si sono acclimatate ai nuovi ambienti, in Occidente definite indigene o nostrane, mentre ad Oriente sono dette esotiche o orientali.

Per merito del veneziano Vincenzo Dandolo, nel XIX secolo, la bachicoltura uscì dall’empirismo, le tecniche di allevamento e le conoscenze sugli agenti patogeni, la profilassi e la terapia sulle malattie del baco trovarono illustri studiosi: L. Pasteur; A. Bassi, E. Cornalia, F. De Filippi, che recarono un importante contributo alla conoscenza del filugello e all’arte di governarlo, applicando la selezione genetica sulle razze pure e introducendo la pratica di incroci fra due differenti razze.

 

La seta in Piemonte

Già nel 1200, nel Piemonte, la seta si trovava sotto forma di filato e di tessuto; nei decenni fra il 1560-1580, Emanuele Filiberto aveva fatto piantare nel suo podere “La Margarita” nei pressi di Tronzano, circa 17.000 gelsi ed altri nel Regio Parco di Torino. Il Duca ne vedeva il futuro utilizzo industriale per la produzione della seta e farne il fulcro dell’economia del suo ducato.

Nel Piemonte del 1700 la produzione della seta era, nella manifattura, il settore trainante, raggiungendo a metà secolo, quasi l’80% delle esportazioni. La sericoltura piemontese era ben apprezzata sui mercati europei, in particolare quello inglese; per anni mantenne margini di vantaggio sulla concorrenza europea, merito dei rigorosi controlli della qualità decretati dal governo. Le leggi draconiane emanate cercavano di mantenere questa superiorità, imponendo il divieto di esportazione dei bozzoli e della seta grezza, dei perfezionamenti “tecnologici” sperimentati e applicati; l’espatrio non era consentito, non solo alla manodopera specializzata, ma anche a qualsiasi operaia della filanda.

La produzione dei filati di seta, negli anni Ottanta del secolo, raddoppiò rispetto a 50 anni prima, era tuttavia scarsa la produzione di tessuti di seta, nonostante gli sforzi del governo per incentivare la meccanizzazione della tessitura; all’inizio del secolo in Piemonte lavoravano la seta 7.000 operai alle dipendenze di 125 filatoi; nel 1787 raddoppiarono i filatoi, dando lavoro a 25.000 addetti. Il 20% di queste maestranze erano operai specializzati maschi, che guadagnavano il doppio rispetto a un bracciante agricolo, il resto del personale era formato in maggioranza da bambini e donne; queste ultime erano i due terzi della classe operaia, con salari molto modesti rispetto agli uomini ed erano addette alla trattura, ovvero la produzione di seta greggia a partire dal bozzolo.

Nel regno sardo, le ferree regole statali obbligarono a concentrare la produzione nelle filande per ottenere un certo livello di qualità: nel regno erano 50.000 le addette a questa mansione, i filatoi tendevano a concentrarsi in alcuni “distretti industriali” intorno a Torino, Saluzzo, Racconigi; ad esempio, la filanda Bullio & Boch di Mondovì impiegava 450 addette; la ditta Gianoglio di Grugliasco circa 500.

Quando assunse l’amministrazione di Grinzane, Camillo Benso di Cavour fece mettere a dimora oltre 300 piante di gelso, nel 1834 fornì ai suoi mezzadri informazioni su come migliorare la produzione, raccomandando di controllare costantemente la salute dei bachi e dei gelsi, loro naturale alimento. Foglie e bozzoli partivano alla volta dei mercati di Torino, Chieri, Alba e Carmagnola; queste merci erano soggette a variazioni di prezzo, quindi Cavour istruiva i suoi collaboratori sulle modalità e i tempi per venderle ottenendo il maggior profitto.

 

Testo di Franco Mazzone, Carreum Potentia, Sezione G. Avezzana – attività formativa e divulgativa