Gambino Gabriele e Gaetano


Più che per la segnaletica stradale o gli altri edifici lungo la via d’accesso, i forestieri che giungevano dal Muré sapevano d’essere arrivati a Chieri quando vedevano l’insegna “Officine Meccaniche Fonderie Fratelli Gambino” al n. 2 di Porta Garibaldi, odierna via Andezeno n. 1. Era il biglietto da visita della città operosa che eccelleva per capacità e ingegno.

Non si conosce con precisione l’anno di nascita della ditta, ma di sicuro i Gambino sono già attivi nel 1873 e da subito si dotano di una fonderia destinata alla produzione in proprio. All’inizio lavorano soprattutto come fabbri carradori, realizzando anche le ruote; immediatamente si distinguono per la versatilità, l’inventiva e l’abilità che caratterizzeranno l’intero operato di una famiglia artigiana capace di eseguire col ferro qualunque genere di lavoro. Del resto già nei primi anni i Gambino affiancano ai carri la creazione di attrezzi agricoli in metallo e in legno. Intorno al 1890 prende il via la fabbricazione dei torchi, gli strumenti ai quali più d’ogni altro sarà legata la fama dell’azienda. Del tutto meccanici, senza componenti idrauliche, sono destinati in prevalenza alla produzione enologica, sebbene la pressa torni utile per altre attività. I primi torchi sono a leva semplice e ricalcano quelli già presenti sul mercato; con gli anni diventano più complessi e lenti, e consentono di svolgere un lavoro maggiore applicando la medesima forza.

A cavallo del 1900 i Gambino depositano i brevetti di diversi modelli ideati da loro stessi (fra i più conosciuti l’Excelsior e il Mondiale), spesso premiati nelle fiere di mezza Europa. Una delle manifestazioni in cui ottengono uno dei riconoscimenti più prestigiosi è l’Esposizione Internazionale di Torino del 1911, e poco dopo lo stabilimento si espande con l’acquisizione di una tettoia tutt’oggi in piedi.

Un successivo allargamento avviene nel 1947, anno di costruzione della fabbrica (anch’essa ancora esistente) sul lato posteriore. All’interno dell’edificio trova spazio una locomobile in grado di far funzionare gli impianti nonostante la penuria di elettricità e carburante del secondo dopoguerra.

La produzione di torchi proseguirà fino alla chiusura dell’azienda, ovviamente seguendo l’evoluzione tecnologica del settore. Finiranno in ogni continente e daranno anche un contributo allo sviluppo delle economie locali. È il caso dei torchi che don Cocco porterà con sé nel Mato Grosso per estrarre l’acqua dalla manioca, o di quelli usati in una missione salesiana in Africa per produrre olio di arachidi.

Nei primi anni del Novecento i Gambino vengono contattati dalla Fiat per entrare in società. A Giovanni Agnelli fa gola la trentennale esperienza meccanica dei chieresi, che però rifiutano l’accordo. Fra la casa automobilistica e l’officina Gambino persistono comunque rapporti di collaborazione che verranno rinsaldati sul finire degli anni Sessanta con la fornitura di ingranaggi per le catene di montaggio della Fiat. Un altro legame con la grande industria è, durante la Prima Guerra Mondiale, la commessa di eliche per aeroplani e componenti di cannoni.

L’altra grande produzione che insieme ai torchi dà rinomanza all’azienda sono gli elevatori per la paglia. Oltre alle macchine costruite in proprio i Gambino si dotano di un gran numero di trebbiatrici e imballatrici, inizialmente funzionanti con rudimentali locomobili a legna e segatura, in seguito con motori a olio che vanno avanti con qualunque brodaglia, prima trainate dagli animali da tiro, poi dai trattori. Nei mesi estivi questi mezzi vengono affidati ai lavoratori stagionali per passare di cascina in cascina a svolgere le attività richieste dal mondo contadino: è una pratica antesignana del moderno contoterzismo, essenziale in epoche di quasi totale manualità nelle operazioni agricole. Le macchine dei Gambino sono conosciute e richieste in tutto il Piemonte, non soltanto per lavorare grano e paglia, infatti dall’officina al Muré escono anche apparecchi per trebbiare il trifoglio, il mais e il riso.

Un aneddoto riguardante i mezzi agricoli fabbricati a Chieri è una fotografia di Benito Mussolini che a torso nudo infila il grano in una trebbia a cui è collegato un elevatore costruito a Porta Garibaldi. Si ignora come la macchina sia finita in mano al Duce, peraltro è curioso questo legame indiretto fra il gerarca fascista e i Gambino, che evitano sempre di prendere la tessera del partito e per vendere le loro macchine si appoggiano a un rappresentante di Cecina, Jacopo Semoli.

Accanto ai torchi e agli elevatori, il terzo settore che dà fama alla ditta chierese sono i trattori. Fra la fine degli anni Trenta e il 1952 i Gambino producono una ventina di esemplari. Il primo viene fabbricato ispirandosi a un modello Lanz 15-30 portato a riparare nell’officina; per costruirlo vengono usati pezzi di recupero, realizzando in proprio stampi in legno per le fusioni in ghisa delle parti meccaniche e adattando le ruote degli ormai obsoleti camion Fiat 18 BL. Pur nel loro essere artigianali, col tempo i trattori vengono arricchiti con un meccanismo che, facendo salire di giri il regime del motore, va incontro alla richiesta di maggiore potenza per le macchine agricole a cui sono collegati.

In un secolo e mezzo si susseguono nell’officina tre generazioni di Gambino. Fino agli anni Trenta vi lavorano Gaetano, il fratello maggiore, e Gabriele, la vera mente dell’azienda, menomato a entrambi i piedi a causa di un incidente con la ghisa fusa. Intorno al 1915 si aggiunge il figlio di Gabriele nato nel 1903, Giuseppe, che rimane a capo della ditta fino al 1970. Negli anni Quaranta arriva il turno dei figli di Giuseppe, Gabriele e Sergio, classi 1932 e 1935: in mano loro la “Officine Meccaniche Fonderie Fratelli Gambino” continua a operare fino alla chiusura nel 2004.

 

 

Bibliografia:

“Corriere di Chieri”, 24 agosto 2001

  1. Dozza, Trattori Testacalda italiani, Ascoli Piceno, 2000

 

Massimo Raviolo, nel volume Dizionario biografico dei Chieresi illustri, 2010.