IL GUALDO (ISATIS TINCTORIA) parte seconda


Nel Chierese, erano considerate piante di migliore qualità, quelle senza ramosità del fusto che crescevano nell’intera Valle del Turco (oggi Val Comorio fra Pecetto e Pino), come pure la Valle Miglioretti di Pino o la pianura attorno a Madonna della Scala.

Ho già accennato nella prima parte che, al momento della tintura, i tessuti o i filati venivano fatti bollire con l’aggiunta di tartaro, orina, cenere ecc. Alcuni tintori, usavano acqua salata trasportata in bigonce (recipiente in legno, capacità ca. 50 litri) che venivano riempite nelle fonti sorgive sapide della zona di Passerano e Montiglio (At), sovente si aggiungeva il bismuto naturale che giungeva dalla Boemia.

Già nel XIII secolo c’era un quartiere, che ancora oggi esiste, allora chiamato Jalvo, ed ora Gialdo, con una porta chiamata ”Porta del Gialdo”, che veniva a trovarsi suppergiù dove ora si trova la chiesetta delle Monache Benedettine. Gli antichi Chieresi, non contenti di avere un quartiere chiamato Gialdo, riservarono il nome di Gualderia, ad una via, ora quasi nel centro cittadino, che parte da via Principe Amedeo fino alla piazza San Domenico, parallela al corso del Rio Tepice, oggi sotterraneo, che, per motivi di opportunità, serviva come “approvvigionamento e scarico dell’acqua”. Non a caso erano lì ubicate le officine di tintoria del gualdo; l’ultima di queste fu la Tintoria Parigi, che restò attiva fino alla metà del ‘900.

Via del Gualdo, situata nel quartiere di “Porta del Nuovo”, trasversale tra via San Pietro e via Marta Tana, così chiamata per l’ubicazione di alcune macine da gualdo e posta in prossimità del laboratorio chimico situato nell’ex monastero delle monache cistercensi di Sant’Andrea (demolito nel 1963 per costruire le scuole di via Tana, oggi già fatiscenti) dove il piemontese Giovanni Antonio Giobert, illustre chimico, effettuò numerose ricerche e scrisse il famoso “Traitè sur le pastel et sur l’extraction de l’ Indigo” (1813- De L’Imprimerie Impèriale ) sovvenzionato dal governo francese.

Attualmente, alcuni esemplari della pianta, sono visibili nell’orto botanico di piante tessili presso il Museo del Tessile di Chieri, nel Giardino botanico Rea di San Bernardino di Trana-To e nel Giardino dei “rimedi semplici” del Borgo Medievale di Torino.

L’Isatis Tinctoria in certe zone del centro Italia veniva chiamato “glastro o glasto” dal latino “glastrum” , menzionato da Plinio il giovane; all’inizio del ‘400 gli artisti definivano il gualdo “azzurro cielo” e lo usavano.

Ad esempio, Piero della Francesca dipinse la “Madonna del parto” rappresentando la Vergine come madre in attesa, vestita completamente in azzurro; anche Luca della Robbia usava il gualdo in polvere: per colorare di blu le sue sculture di terracotta invetriata,  era solito mescolare la polvere (insolubile) con colla di pesce o l’albume di uovo per creare il legame.

A San Sepolcro (Ar) esisteva fino agli inizi dell’800 una gualderia per tingere indumenti militari, d’altronde a Chieri, il Ducato di Savoia, acquistava i panni blu per le uniformi dei primi reggimenti di Dragoni. In seguito, le divise diventarono rosse con mostreggiatura azzurra.

Qualche sporadica coltivazione di gualdo, esiste su tutto il territorio nazionale, da segnalare, nell’alta Val Tiberina, una sorta di Consorzio in cui, agricoltori, artigiani del tessile e scuole superiori, (Istituto d’arte G. Giovagnoli, San Sepolcro-AR) che provvedono alla coltivazione, all’estrazione del pigmento e alla tintura con il gualdo; anche nel paese di Lamoli (Pesaro-Urbino) una cooperativa di giovani si dedica alla coltivazione della pianta ed alla laboriosa estrazione del pigmento blu.

Sempre in centro Italia, esiste un progetto per lo sviluppo rurale, finanziato dall’UE, a cui partecipano Istituzioni, artigiani, coltivatori finalizzato al recupero del gualdo: in collaborazione del Dipartimento di Biotecnologie Agro-alimentari dell’Università di Perugia è stata creata la “Banca di Germoplasma” con l’intento di selezionare e conservare anche i semi dell’isatis tinctoria

In Francia, fin dal 1993 nel dipartimento dell’Alta Garonna (Tolosa), l’isatis tinctoria è coltivata a livello industriale: la semina, lo sviluppo e il successivo sfalcio delle foglie avviene con mezzi agricoli; la bollitura, la fermentazione ed altre operazioni vengono fatte in grandi silos in acciaio inossidabile, usati e dismessi dall’industria enologica, per ottenere il pigmento blu, utilizzato nelle belle arti, nell’industria tessile e in campo dell’arredamento.

Concludendo si può affermare che tingere con il gualdo è un processo… alchemico: i panni o i filati, quando vengono immersi nella soluzione formata da acqua, pigmento e catalizzatore (cenere, orina, allume di rocca, calce ecc.) vengono estratti dello stesso colore naturale ed è attraverso il contatto con l’ossigeno presente nell’aria (ossidazione) che appare il colore azzurro. Effettivamente, nei primi minuti il colore vira sul giallognolo, poi giallo verdastro per poi stabilizzarsi nella gamma del celeste, azzurro e blu. Per ottenere il blu intenso occorrono sette-otto immersioni nella soluzione tintoria

 

Per Carreum Potentia : Franco Mazzone

Bibliografia:

A.Brunetti, R.Perilongo : “Antologia di Tinture Naturali”

Museo del Tessile- Chieri           Edito in proprio