Piante e fibre naturali: il Lino ( Linum usitatissimum )   I parte


Il lino è una pianta della famiglia delle Linacee, diffusamente coltivata per le fibre tessili fornite dalla corteccia e per l’olio ricavato dai semi. Di origine asiatica, il lino da fibra è coltivato nelle regioni a clima temperato-umido dell’Europa centro-settentrionale, mentre il lino da seme è prodotto nelle regioni a clima più caldo e asciutto dell’Europa, dell’Asia meridionale e dell’Africa settentrionale. La radice è a fittone, lo stelo o tiglio è eretto, più o meno ramificato, con foglioline lineari sessili e caduche; i fiori sono di svariati colori, con 5 petali riuniti in infiorescenze tipo corimbo I frutti sono a capsula, la quale contiene i semi lucidi, ovali e schiacciati, giallo-bruni. Il lino viene anche utilizzato per scopi ornamentali: il Phormium Tenax (Lino della Nuova Zelanda) ha un pregevole aspetto estetico; in Europa, Asia ed Africa viene coltivato il Linum Perenne per la bellezza dei suoi fiori azzurri o bianchi (varietà alba) e il Linum Grandiforum dai fiori grandi, dal diametro di 3 cm e di colore rosso scarlatto; in Italia si trova il Linum Narbonese, apprezzato per i suoi fiori di colore giallo e che cresce anche spontaneo. A seconda che si tratti di lino da fibra o da seme, varia sia il periodo di raccolta, che il modo di coltura: meno fitta nel primo caso rispetto al secondo. Al lino da fibra non si lasciano maturare i frutti, ma lo si estirpa prima, per evitare la lignificazione dello stelo che danneggerebbe la finezza della fibra stessa. Invece vengono raccolte a maturità le piante da semi: da questi si ricava un olio siccativo usato per vernici, inchiostri da stampa, la fabbricazione del linoleum ed altri usi industriali. Nella farmacopea, dai semi, per lo più pestati, si ottengono farine per decotti e cataplasmi caldo-umidi che sono usati anche come rimedio nelle infiammazioni acute; in questi ultimi anni i semi sono apprezzati anche nella nostra dieta alimentare.

Generalmente la raccolta del lino avviene in giugno-luglio, lasciando poi trascorrere mesi prima della nuova semina, in quanto il terreno viene molto sfruttato dalla pianta e tende ad inaridirsi. Gli steli vengono raccolti in fasci e passati alla macerazione per estrarre la fibra dalla parte legnosa. La fibra di lino di buona qualità è di colore bianco-argenteo mentre quella più scadente ha un colore rossastro. Le filacce di lino, lunghe da 50 a 90 cm, ottenute dalla macerazione, passano attraverso varie lavorazioni per essere trasformate in filati resistenti. Dopo essere state accorciate tramite lo “strappo” eseguito da una strigliatrice, le filacce passano sotto la pettinatrice che parallelizza le fibre, scartando quelle più corte; lo stiratoio prepara lo “stoppino” per la filatura, eseguita a secco oppure ad umido per agevolare lo scorrimento delle medesime. Come accennato, lo stoppino può essere filato in due modi, nel primo caso il filatoio opera un ultimo stiro e poi impone il numero di torsioni necessarie per trasformare lo stoppino in filato. A umido, lo stoppino viene fatto passare in una vaschetta di acqua calda e in seguito subisce l’ultimo stiro prima di essere ritorto ed essere trasformato in filato. I filati più sottili si ottengono con la filatura ad umido, per essere tessuti, i fili passano come quelli di altre fibre attraverso le normali operazioni di candeggio, tintura e tessitura.

Cenni storici – Il lino è stato il tessuto rituale per secoli: nell’ Antico Regno in Egitto; nelle cortine del Tempio di Salomone che erano di “fine tela colorata, carica di ricami azzurri e oro”; l’Arca dell’Alleanza era nascosta alla vista dei profani da un velo di lino ricamato in oro; nei pressi di Perugia, nel II secolo a.C. un sacerdote etrusco, scriveva le norme di un rituale su un stretta e lunga striscia di lino, questo frammento, dopo due millenni di vicissitudini, è giunto fino a noi, assieme alla “tegola di Capua” e al “cippo di Perugia” e rappresenta la base della conoscenza sulla lingua etrusca ormai scomparsa, da non dimenticare il “Sacro lino” della Sindone conservato a Torino.

Reperti di abiti di lino, risalenti a diecimila anni fa, sono stati trovati fra i resti dei villaggi di palafitte nei pressi delle cittadine di Wangen Neundorf e Tauenegg nell’attuale Svizzera, quindi non solo Egitto e Paesi Mediterranei, ma anche zone geografiche temperate, comprese Scozia, Irlanda, Inghilterra, Francia, Polonia e Russia. Plutarco affermava che i sacerdoti di Iside si vestivano di lino per la purezza del tessuto, poiché sarebbe stato assurdo se, dopo aver liberato il corpo da tutti i peli, lo avessero ricoperto di lana, che non è altro che il pelo di pecora. Il lino in Egitto veniva seminato a metà novembre, dopo le piene del Nilo e raccolto a marzo; tutta la materia prima era di proprietà del Faraone e i suoi funzionari la distribuivano ai migliori artigiani che lavoravano su licenza, producendo migliaia di metri di tessuto di lino per fare abiti, stuoie, tende e bende. E’ noto che queste ultime servivano per avvolgere i cadaveri per preservare l’integrità del corpo; per fasciare una mummia servivano fino a trecento metri di lino puro (per un Faraone anche mille), le bende trattenevano le sostanze dell’imbalsamazione e se ne impregnavano proteggendo il cadavere. Il lino in Grecia, nei primi secoli, non era molto diffuso, fu Ulisse, che tornato sul trono di Itaca, si mise nuovamente per mare, diretto in Egitto per cercare uomini e donne abili nell’arte della filatura e tessitura del lino e li portò in Patria; effettivamente iniziò la coltivazione nelle isole del Mar Egeo e sulle coste ioniche, l’Egitto diventò modello e si imitavano i suoi usi e costumi compreso il vestiario: alla ruvida lana fu sostituito il morbido e igienico lino. Ai tempi della Repubblica Romana, il lino era costoso e ritenuto troppo raffinato per i pastori e il popolo romano. Era coltivato e lavorato dagli Etruschi, i Romani lo acquistavano dai medesimi, oppure in Egitto o dai Fenici; solo quando Roma divenne capitale del vasto Impero, nei paesi conquistati i funzionari imperiali incoraggiarono la coltivazione, la filatura e la tessitura della materia prima.

Con Carlo Magno, in Europa avvennero cambiamenti positivi. Il suo biografo Eginardo, nelle sua opera “Vita et gestae Caroli Magni” afferma: “indossava il costume dei Franchi: a contatto del corpo indossava camicia glizzina e mutande di lino fine e trasparente, le gambe erano avvolte da fasce del medesimo tessuto e calzari”. Egli incrementò nuovamente la coltura del lino in tutte le zone dov’era possibile e vantaggiosa da un punto di vista economico: in Francia e nelle Fiandre, i mercati di Lione e Rouen si svilupparono in rapporto a queste decisioni, anche Bruges prosperò e divenne la capitale liniera d’Europa del XIV secolo. Le tele di lino e il loro commercio fecero la fortuna di una grande famiglia tedesca, i Fugger di Augusta, che da modesti tessitori, nel XVI secolo, diventarono non solo mecenati del pittore Albrecht Dürer, ma anche finanzieri di principi e imperatori. Nel Rinascimento, la lavorazione sartoriale del tessuto di lino diventò estremamente accurata: colli, collaretti pieghettati, gorgiere ornavano i vestiti delle persone abbienti e oggi possiamo ammirarli nelle opere pittoriche di Rubens e altri artisti fiamminghi.

 

Bibliografia:

EST Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, Mondadori IV ed.

Elena Chiri Pignocchino, Chieri e il Tessile, – Ed. “Corriere”, 2007

Giovanna Bergamaschi, Fior di Lino, – Ed. ideaLibri, 1985

 

Franco Mazzone, Carreum Potentia, sezione Beppe Ferrero