Piante e Fibre tessili naturali: la Canapa


Canapa (Cannabis sativa) – Orto botanico delle piante tessili e tintorie.
Museo del Tessile di Chieri

Dopo la descrizione della storia della tessitura in Chieri e il suo circondario, degli uomini, più o meno noti che dettero impulso a questa arte, e di alcuni congegni per realizzare i tessuti, è opportuno trattare della materia prima: la fibra vegetale o animale da cui si ottiene il filato (non scriverò dell’amianto che è una fibra minerale). Il termine “fibra” si riferisce a un corpo solido di forma allungata e sottile, avente quindi una lunghezza pari a centinaia di volte il diametro della sua sezione (es. da 700 volte per la iuta a 5000 per la lana cashmere).Per l’uso tessile è richiesta alla fibra una resistenza meccanica sufficiente a permettere le operazioni di filatura e tessitura, inoltre deve subire senza danni i processi di sbianca*, di tintura, di finitura e soddisfare le prestazioni nella confezione e nell’uso dei manufatti tessili.

La canapa (Cannabis sativa) è una pianta del genere “Cannabinacee”, erbacea, con radice a fittone, con foglie picciolate e palmate. Le esigenze ecologiche di questa coltura, note fin dal Medioevo, si riassumono in un clima temperato, con elevata umidità atmosferica e buone precipitazioni nella fase di avvio del ciclo vegetativo; il terreno più indicato è quello fertile, profondo, neutro o leggermente alcalino e ben drenato. Il ciclo colturale, dall’inizio della primavera, si protrae per 5-6 mesi, a seconda delle condizioni climatiche

La pianta, che ha una crescita rapida in ambienti umidi, veniva sradicata a metà agosto e fatta essiccare. Dopo il trancio delle radici, gli steli erano legati in grosse fascine e portati a macerare per una decina di giorni (macerazione in acqua corrente, macerazione in acqua stagnante, macerazione a terra e macerazione industriale nei tempi odierni). Lo scopo è quello di separare i fasci fibrosi dalla parte legnosa della pianta, attraverso la distruzione delle sostanze peptiche che li tengono uniti.

Nel Chierese, si praticava una macerazione in acqua naturale e stagnante, contenuta in speciali vasche dette “maceri”. Con 60-90 fasci immersi nell’acqua, legati perpendicolarmente fra loro, si creavano le così dette “zattere” che venivano caricate di pietre finche’ fossero sommerse di circa 10 cm. La durata della macerazione era in relazione alla temperatura ambientale e si protraeva per una settimana ed oltre, durante questo processo di fermentazione e degradazione si sviluppavano gas di odore sgradevole che si diffondevano anche a distanze notevoli.

A macerazione completata, le pietre venivano scaricate dalle zattere, si slegavano i fasci, che una volta sciacquati, venivano poi deposti al sole fino a raggiungere la secchezza necessaria alla loro conservazione in locali coperti. Si procedeva poi alla scavezzatura, cioè alla rottura degli steli per eliminare la parte legnosa in frantumi detti canapuli (a Chieri l’attrezzo usato era la “patracca”) **. La fibra veniva poi liberata dai residui canapuli attraverso la gramolatura; seguiva la scollatura che completava la separazione della fibra. Si praticava infine la pettinatura che completava le lavorazioni precedenti, quindi si passava alla filatura.

Secondo la qualità, la fibra, una volta filata, (con l’uso di saliva, le dita medio e pollice e gli attrezzi: conocchia, fuso e arcolaio) **, veniva impiegata per telerie di uso domestico e vestiario, spaghi, cordami e in epoca moderna teloni impermeabili, tubi, cinghie e manufatti per uso tecnico.

A Chieri, all’inizio del secolo scorso, la famiglia Sona lavorava la fibra di canapa trasformandola in trefoli e corde, il “sentè” (lungo camminamento per intrecciare i refoli e produrre corde, lunghe anche 200 mt.) era probabilmente ubicato nell’attuale vicolo Santo Stefano

Nel 1203, Chieri acquistava dai Templari, in località San Martino della Gorra (attuale Villastellone) edificio e terreni per creare piantagioni di canapa per uso tessile, sfruttando le acque dell’omonimo Rio Stellone per la macerazione degli steli. Il Piemonte, pur non essendo bagnato dal mare, ha dato un notevole contributo alla Marina italiana, sia mercantile che militare, in termini di uomini e materiali. Ad esempio, con l’umile fibra di canapa, a Carmagnola, già dal 1600, si tessevano vele e si realizzavano gomene, sartie e sagole per la marineria (in quell’ambiente, la parola “corda” si usa solo per il segmento che aziona il batacchio della campana posta sul cassero) e verso il 1815, i Mastri cordai erano i fornitori della Regia Marina.

Alla fine del milleottocento, la coltivazione in Italia era diffusa su oltre 100.000 ha, con produzioni di pregiata qualità, tali da far imporre la fibra italiana sul mercato mondiale, purtroppo, dopo la seconda guerra mondiale, la produzione si è ridotta a circa 2500 ettari, a causa di circostanze sfavorevoli, sia di carattere tecnico che economico. Attualmente, ci sono sporadici segni di ripresa di questa coltura, non solo per i filati, ma anche in campo alimentare, farmaceutico, nella bioedilizia e così via.

*Operazione per eliminare il colore giallastro proprio delle fibre naturali

**Restaurati e conservati al Museo del Tessile di Chieri

 

 

Per Carreum Potentia :  Franco Mazzone

 

 

 

Bibliografia:  EST – Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, IV Edizione

                     Ed. Mondadori

Sitografia   : Comune di Villastellone; Museo Civico Navale di Carmagnola