Una tristissima giornata d’autunno


Era ormai diventata una consuetudine per tutte le signore quella di riunirsi dopo il pranzo nella sala stessa dei Tre Re dove si era pranzato. Una giovane cameriera dava una scopata veloce e le signore spostavano le sedie creando un cerchio in fondo alla sala. Erano tutte delle sfollate. C’era la vecchia farmacista di Torino, di via Morosini; c’era la moglie di un imprenditore, anche lei di Torino; c’era la moglie di un magistrato, sempre torinese, e c’erano alcune signore molto anziane, sistemate ai Tre Re dai figli o dai nipoti. C’erano però due persone che per motivi diversi non erano molto simpatiche al resto del gruppo.

Una era la moglie molto bella e molto giovane di un vecchio notaio torinese con i capelli bianchissimi e curatissimi. Cosa ci faceva lì quella donna giovane e bella, con le unghie laccate di rosso, una verve notevole e poi una lunga sciarpa di cachemire beige che si drappeggiava con eleganza sui capelli, quando usciva? Le altre erano delle mamme, delle nonne che facevano ai ferri poverissimi calzettini di mille colori… Questa donna non aveva il suo posto in mezzo a loro, ma la tolleravano anche se non la capivano.

L’altra signora poco gradita si chiamava Levi; era un’ebrea anziana sempre un po’ insofferente nei confronti della situazione a cui la guerra l’aveva obbligata.

Tutte le altre signore erano delle profughe e la vita in quel momento le obbligava a molti sacrifici, ma nessuna se ne lamentava, era quasi una regola dettata dall’orgoglio.

Mentre il notaio e la sua bella moglie abitavano ai Tre Re a tempo pieno, la signora Levi, come la maggior parte delle altre signore, aveva trovato un alloggetto proprio sopra il cinema Chierese in piazza Cavour, quello che ora non esiste più. Era comodo fare quattro passi e raggiungere i Tre Re per il pranzo e talvolta anche per la cena. Tutti gli sfollati che potevano permetterselo vivevano così. Gli altri venivano al ristorante solo alla domenica o nelle grandi occasioni. Nei discorsi del dopo pranzo delle signore c’erano sempre i fatti del giorno: la guerra, le deportazioni degli ebrei ecc. La signora Levi si sentiva molto tranquilla in proposito, perché i tedeschi stessi avevano affisso dei manifesti, un po’ ovunque, che rassicuravano gli ebrei di età superiore ai sessant’anni: non sarebbero assolutamente stati deportati. Tutti noi credevamo che i deportati fossero destinati a dei campi di lavoro, dunque, oltre i sessant’anni cosa può mai fare una persona? I due figli della signora Levi erano nascosti in un museo di Torino da cui sarebbero usciti a fine guerra, più bianchi di due lenzuola ma vivi – questo lo si seppe dopo, appunto a fine guerra. Lei sosteneva che i suoi ragazzi fossero in Svizzera da anni. Insomma si sentiva sicura e parlava dei suoi averi con una prosopopea un po’ indisponente. Mostrava orgogliosa i suoi gioielli, splendidi veramente e di cui ricordo un anello con testa di leone. La moglie del notaio si rigirava quei tesori fra le dita e perfino io, bambina, percepivo un’invidia feroce. Mia madre, donna saggia, cauta e tranquilla come non vidi mai, suggeriva garbatamente alla signora Levi di non mostrare troppo le sue belle cose, di essere un poco più prudente… La vecchia signora ridacchiava con una cert’aria di superiorità e confessava che i suoi gioielli li nascondeva dentro dei sacchetti di riso. “Chi avrebbe mai potuto trovarli?”, diceva. 

Un pomeriggio di fine novembre del ’44, le signore avevano formato il solito cerchio. Per un puro caso c’ero anch’io, bambina di otto anni. Abitualmente stavo su, al convento di San Carlo, dove avevamo trovato la nostra sistemazione di profughi in tre camere dateci in affitto dalla Superiora.

Ad un tratto la signora Levi si alzò con fatica; era molto raffreddata. Voleva andare in farmacia per cercare qualche rimedio. Uscì dai Tre Re sulla piazza e si avviò verso l’angolo per poi voltare verso la farmacia Piazza, in via Vittorio. Quasi contemporaneamente entrò un ufficiale tedesco seguito da due soldati con i cani. Diede una rapida occhiata alla sala e venne verso di noi. Ci salutò con molto garbo e ci mostrò una fotografia. Era la signora Levi. Ci chiese se la conoscevamo. Le signore erano ammutolite e terrorizzate. Mia madre, coraggiosa e calma, disse: “Sì, talvolta viene qui, ma oggi non l’abbiamo vista, forse è ammalata”. L’ufficiale ringraziò con un sorriso cortese e se ne andò. Mia madre, come un fulmine, ci piantò tutte in asso, infilò il suo vecchio cappotto e spingendo la porta a vetri della sala – in autunno e in inverno veniva usata la sala al pian terreno più piccola e senza pretese anziché quella del primo piano – passò dal retro dei Tre Re e corse nel vicoletto che si trova fra la farmacia ed il muro che oggi appartiene all’INPS. Troppo tardi anche se solo per pochi minuti. Vide due soldati che avevano già preso la signora Levi e la stavano infilando in un macchinone nero. Lei perse la borsetta e nessuno la raccolse. L’ufficiale salì in macchina e con due soldati sul predellino la grossa macchina se ne andò. Io ero corsa nel cortile per seguire mia madre e vidi tutto: la macchina nera davanti alla farmacia Piazza, la signora Levi portata via dai soldati tedeschi. Mia madre venne verso di me con un viso di pietra e mi riportò nella sala dei Tre Re. Anche lei rientrò. Aveva le lacrime agli occhi. Le signore in sala si misero tutte a piangere. La mia coraggiosa mamma aveva sperato di prendere per un braccio la vecchia signora e di portarla via di lì, forse nel retro di un negozio, da qualche parte insomma.  Aveva con sé la borsetta un po’ spelacchiata che aveva raccolto. L’aprirono tutte assieme piangendo: vi erano due fazzoletti, poche lire, le chiavi di casa… e un anello. Mia madre portò al prete di Sant’Antonio la borsina con il suo contenuto e gli chiese di conservarla, per i figli, se un giorno fossero venuti a Chieri. Sapemmo poi che la povera signora era stata deportata al campo di Mauthausen, dove morì subito dopo.

In quel tristissimo giorno d’autunno qualcuno notò l’assenza della moglie del notaio. Non la si vide più e non si vide più nemmeno il marito. Avevano lasciato i Tre Re. A fine guerra uscirono delle liste di nomi di gente comune, persone che erano state reclutate dalla famigerata OVRA, la polizia segreta fascista. Con nostro grande stupore e sgomento scoprimmo i nomi del notaio e della bella moglie. Mia madre e mio padre ebbero un grande brivido… In quel gruppo di signore tutte manifestavano odio per il fascismo e per i tedeschi. Strano che non fosse successo qualche problema a qualcuno di noi tranne che alla signora Levi: bastava così poco per essere arrestati e messi in prigione! Il grosso brivido era più che giustificato.

Quanto a me, sul momento non capii molto di quello che stava succedendo. Però ricordo che odiai con tutto il cuore quei due tedeschi che, strattonando la povera signora, la obbligarono ad entrare in macchina. Perché tanta freddezza, perché tanta crudeltà? È una domanda che mi sono posta troppe volte nella vita e che, ancora oggi, purtroppo mi pongo spesso senza trovare risposta.                                                      

 

Testo scritto da Adriana Cantournet, che ricorda un episodio di quand’era bambina, sfollata a Chieri durante la guerra 1940-45 (brano compreso nel volume Zibaldone Chierese 3. Fatti, luoghi personaggi, pubblicato dall’associazione culturale G. Avezzana, Chieri, 2019)

 

Nell’immagine una cartolina di piazza Cavour a Chieri nel 1940 con l’albergo Tre Re