Un’inconsueta immagine di Chieri. Impressioni di viaggio di Giuseppe Revere


Nello Zibaldone Chierese, pubblicato dall’associazione G. Avezzana nel 2012 e del quale ne è stata ora ristampata una seconda edizione essendo esaurita la prima, tra i contributi vi è un brano intitolato Un’inconsueta immagine di Chieri, che descrive la nostra città attraverso le impressioni dello scrittore Giuseppe Revere, che in una luminosa domenica di dicembre di metà Ottocento passeggiò per le strade di Chieri.

Giuseppe Revere, nato a Trieste nel 1812, è stato uno scrittore, poeta, saggista, giornalista, patriota, ma soprattutto uno spirito libero, e per questo non ha avuto una vita facile. Stravagante, sempre in bilico fra grandeur e bohème, apprezzato dalla società mondana e letteraria milanese, ma che non di rado faceva la fame. Per tutta la vita inseguì il successo letterario che sentiva di meritare senza mai raggiungerlo, anche se diverse sue opere sono di un certo pregio, come il dramma storico Lorenzino dei Medici, che fu plagiato da Alexandre Dumas in Une nuit à Florence, come scrisse Benedetto Croce.

L’opera per la quale è più conosciuto è Bozzetti alpini, pubblicata nel 1857, una raccolta di resoconti di viaggi in località piemontesi e liguri, scritti con uno stile tra l’umoristico e il dissacrante per il quale fu accostato a Laurence Sterne e Heinrich Heine.

Revere amava scrivere in modo irriverente, con una prosa venata di polemica; usava ricorrere all’espediente di inserire nei suoi racconti personaggi fittizi, ispirati a figure del passato, per giustificare dialoghi immaginari che gli consentivano di affrontare questioni accademiche e storiche.

In questa passeggiata chierese dichiara d’essere accompagnato da Anacleto Diacono, stravagante personaggio di fantasia che ricorda i filosofi orientali, e da Cecco d’Ascoli, ricalcato sulla figura realmente esistita nel XIV secolo di un medico al servizio di papi, che fu anche astrologo di corte e venne condannato al rogo dall’Inquisizione.

Nel corso della narrazione Revere accenna a suo modo alla storia di Chieri, ma ciò che è soprattutto interessante per noi è il quadro che delinea della città di quel periodo.

Nota dall’esterno le mura diroccate, la fossa asciutta e secca, il Tepice povero d’acque, e all’interno le strade sudicie e le misere case dei poveri, basse e cadenti. Del Duomo ammira l’ampiezza e la bellissima armonia delle parti, ma non manca di rilevare che l’esterno è stato “rabberciato poco avvedutamente”. Apprezza il “gentilissimo” Battistero, ma anche di esso critica il colore rosso acceso con il quale è stato impiastrato, che fa a pugni con il colore più riposante dei mattoni della facciata che il tempo stava sapientemente annerendo e temperando. Sollevano la sua disapprovazione anche le aperture orlate esternamente con fregi e contorni grigi e biancastri, a imitazione di lavori in marmo. Per lo meno non ha niente da ridire sul campanile a foggia di torre, che sorge “gagliardo e massiccio” sulla banda del Battistero e conferisce a dar grandezza all’edificio.

Quindi attraversa la porta a sesto acuto, che ha “un fare lombardesco”, e si ritrova in un interno brulicante di gente, dove le voci di tanti predicatori si mescolano e sovrastano, dividendosi secondo il sesso e l’età la multiforme udienza. A metà della chiesa un predicatore è circondato da donne del popolo e suore; in una cappella un giovane prete è attorniato da fanciulli; attorno ai confessionali addossati ai pilastri, riccamente intagliati e scolpiti, sono radunate donne giovani e anziane in attesa di confidare le proprie colpe. L’autore ne nota una che, con mano scarna e all’apparenza gelata, accarezza le guance di uno degli angeli che reggono un cornicione, quasi per raccomandarsi alla pietà divina. Ma la sua attenzione, anzi quella del compagno Cecco, è presto catturata da una giovane contadinella che ha un atteggiamento verginale e compunto. “Alta della persona”, la descrive, “e di membra spigliate, vestiva con aggraziata e semplice lindura. Gli occhi aveva nerissimi, le sopracciglia ardite, volte ad arco; la fronte accusava cure penose, la bocca mezzo aperta, il tacito ed indefesso ragionar del cuore. Le movenze aveva lente, e nel passarmi da presso, levò gli occhi quasi interrogando la curiosità della quale si vedeva segno”. Discretamente l’autore si scosta, sapendo che quell’indiscreto di Cecco sarebbe andato ad origliare accanto al confessionale. Uscito dal Duomo, si avvia verso San Giorgio, e si vede venire incontro una piccola folla: “Sovra tutto le sue donne, scendere vestite a festa dall’erta di San Giorgio, di modo che mi sfilarono davanti agli occhi quelle solerti lavoratrici, e le femmine del contado, e i suoi robusti e baliosi artigiani, i quali, con ardita lietezza e fratellevole sicurtà, mi provavano come la terra fosse nudrice ancora di schiatta gagliarda”.

 

Daniela Bonino, Carreum Potentia, Sezione G. Avezzana – attività formativa e divulgativa