70° Anniversario dell’alluvione del Polesine dell’11/11/2021

Sala Consiliare del Comune di Chieri in collegamento Zoom con il Comune Gemellato di Adria.

Intervento Sindaco di Chieri Alessandro Sicchiero

Intervento Sindaco di Adria Omar Barbierato

Intervento Rosanna Perilongo Presidente Comitato Gemellaggi.

Intervento Claudio Campagnolo Pres. Associazione dei Veneti del chierese

Lettura n. 1 poesia commemorativa Adelino Mattarello, L’aluvion del ‘51.

Ricordi dei protagonisti Piergiorgio Bulgarello, Vittoria Rizzi, Maurizio Sicchiero.

Lettura n. 2 poesia commemorativa Adelino Mattarello, Basta poco o gnente.

Intervento Daniela Sabena delega Gemellaggi.

 

Alluvione del Polesine, uomo con mucca, tratta da «Il Corriere della Sera».

Chieri nell’ambito dei rapporti internazionali si è sempre prodigata per l’affermazione dei valori di pace e amicizia tra i popoli europei, per costruire insieme un’Europa contemporanea dove ci sia la possibilità di conoscersi e confrontarsi per condividere progetti e sogni.

Chieri è una città aperta e accogliente e a seguito dell’alluvione del Polesine del 1951 si è resa pronta a ospitare i veneti giunti nel territorio piemontese, nel settembre del 2010 ha siglato con Adria (cittadina del Veneto) un accordo di gemellaggio con l’intento di stringere lo storico rapporto tra chieresi e adriesi.

L’alluvione del Polesine del novembre 1951 fu un evento catastrofico che colpì gran parte del territorio della provincia di Rovigo e parte di quello della provincia di Venezia (Cavarzerano), causando circa cento vittime e più di 180.000 senzatetto, con gravi conseguenze sociali ed economiche. Adria, che all’epoca contava circa 35.000 abitanti, si trovò completamente isolata.

Conseguenza di tale alluvione fu lo spopolamento del territorio, dovuto anche alla durezza della vita e all’industrializzazione e urbanizzazione delle città del nord che attirarono le popolazioni venete. Quasi una persona su quattro in Polesine non tornerà più.

Molti migrarono a Chieri perché all’epoca città in grande sviluppo industriale, soprattutto tessile, e ancora oggi rappresentano il 30% della popolazione chierese. La vita delle genti di Adria è sempre stata legata al fiume Po, il mitologico Eridano, come nel racconto scritto da Maurizio Sicchiero nello Zibaldone Chierese del 2019 e letto durante la cerimonia da Caterina Palese.

Oggi, nella sala consiliare, abbiamo avuto dimostrazione di come gente piegata dall’implacabilità della natura abbia saputo con fierezza prodigarsi nel lavoro e risollevarsi con successo; sia nel campo del tessile come la ottantenne Vittoria Rizzi che, abitando dal 1956 in una cascina del dott. Tabasso, fu poi assunta al Cotonificio come roccatrice e spolatrice vivendo gli anni del boom economico e vedendo l’inaugurazione della nuova sede nel 1961. Ma anche operando, come ricordato da Claudio Campagnolo, nei vari settori industriali, artigianali, meccanici e dell’edilizia.

Con le loro poesie e i loro racconti, impregnati di forza e carattere, Piergiorgio Bulgarello e Adelino Mattarello ci hanno fatto ascoltare il rumore dell’acqua: L’acqua… acqua che spaventa ancora dopo settant’anni.

Come scrive Gian Antonio Stella:

«L’acqua saliva sempre. Sul camion c’era tutto il gruppo. Io ero un po’ più in alto perché ero sulla sponda. Avevo stretto col braccio sinistro tre miei figli, e mia moglie con l’altra figlia sulle spalle, dall’altra parte. L’acqua arrivava, continuava a salire, era quasi alla gola. Io continuavo a tenermi stretto… Sono passate molte ore… Tutti piangevano. Io non resistevo più. Ma non potevo decidermi a lasciare questo o quel braccio che sarebbero andati sotto i miei figli e mia moglie. Non potevo decidermi…»

Finché Giovanni Bellinello, come raccontò giorni dopo a «L’Unità», non riuscì più a resistere lì in piedi sul pianale, appoggiato alla cabina della vecchia Alfa Romeo 85/C del 1937 che aveva già fatto una guerra e quattordici passaggi di proprietà prima che l’acqua gli bloccasse il motore quella notte su uno dei tanti rettilinei del Polesine, a Frassinelle. Gli mancarono le forze. Cedette. «Ho pensato di unirci tutti e di andare sotto tutti insieme…» E insieme andarono sotto, nell’acqua che inghiottiva il camion fino al tettuccio, la moglie Valentina, cinque figlioletti, il fratello Mario, sua moglie Nazzarena e i bambini loro e altri padri, altre madri, altri figli per un totale di ottantaquattro persone. La gran parte delle vittime dell’alluvione, un centinaio…

Lui, Giovanni Bellinello, portato via esausto dalla corrente, si ritrovò aggrappato a una balla di paglia, sbattuto contro un salice, raccolto infine semisvenuto da una barca dei soccorsi. Vivo, ma spezzato dentro per sempre.

La tragedia del “camion della morte”, dentro l’alluvione del Po più grave di tutti i tempi, fu per l’Italia intera uscita solo sei anni prima dalla guerra la traumatica interruzione di un sogno. Quello di anni finalmente sereni e spalancati a un futuro migliore. Le foto dell’epoca dicono tutto: una sagra paesana, un palo della cuccagna, una corsa coi piedi in un sacco ed erano tutti allegri. Anche in quel Polesine affondato nella povertà.

E ancora Gian Antonio Stella: «I veneziani sapevano quanto il Po potesse essere pericoloso. E nel 1600, temendo che il fiume dopo il terremoto di Ferrara spingesse troppo verso nord, avevano deciso di fargli un salasso come si dovrebbe fare a un corpo infermo, che per sanarlo conviene fare un diversivo degli umori sovrabbondanti».

Come scrivono Mihran Tchaprassian e Paolo Sorcinelli ne L’alluvione: il Polesine e l’Italia nel 1951 (Metauro, 2014): «In cinque giorni, dall’8 al 12 novembre 1951, sull’intero bacino del Po precipitarono circa 17 miliardi di metri cubi d’acqua, pari alla quantità che solitamente cade in sei mesi». La tivù non c’era ancora ma le prime pagine dei giornali e i filmati dei cinegiornali, ora a disposizione di tutti grazie all’archivio dell’Istituto Luce, penetrarono negli occhi e nella memoria di tutti. Le famiglie infagottate sui tetti delle case.

Era l’Italia che, dopo la guerra riscopriva la necessità di stare insieme. Ricominciare. Ripartire. Non tutti però poterono farlo lì, in Polesine. Perso tutto, almeno 116.569 polesani furono costretti ad andarsene per “catàr fortuna” altrove.

Anche molti altri scrissero, da Enzo Biagi a Oriana Fallaci a Giorgio Bocca. Il Polesine fu anche scenario di molti film, tra cui “La donna del fiume” di Mario Soldati con Sofia Loren.

Questi eventi catastrofici devono servirci di monito, in quanto se sono avvenuti in tempi e con un clima generale tutto sommato naturale, non è difficile immaginare quanto più catastrofici potranno essere gli eventi – ora che stiamo sconvolgendo la natura -.

 

Per Carreum Potentia, Mitti Baiotti Audenino

 

Lettera di un emigrato al fiume Po

Caro Eridano,

in una tiepida giornata d’autunno nel grande parco di alti platani secolari, seduto su una panchina, una di tante lungo il tuo corso, osservo il tuo calmo e rasserenante passaggio.

Ora che gli antichi rancori sono passati e la tua presenza non è più motivo di inquietudine, posso raccontare con animo pacifico la mia storia nella quale tu sei entrato in modo tanto prepotente quanto decisivo per l’evolversi della mia avventura.

Mi chiamo Maurizio, sono nato all’ospedale di Rovigo nel 1949, ma la mia casa era situata a Fenil del Turco, nella campagna circostante il capoluogo polesano.

Nella mia abitazione senza particolari esigenze architettoniche, tipica del basso polesine, casa ad un piano con grande cucina a livello dell’aia, con il camino sporgente verso l’esterno e alcune camere al primo piano con soffitto di assali che spesso ci offriva spettacoli stellari, il pozzo nel cortile dove si attingeva l’acqua, l’asinello Domitillo che ragliava nella stalla e il fedele Pippi che rincorreva le anatre che sguazzavano nel piccolo corso d’acqua che scorreva a pochi metri dalla casa stessa, qui ho vissuto i miei primi anni di vita…

Avevo due anni quando questo piccolo paradiso di tranquillità venne improvvisamente e bruscamente investito da un evento catastrofico che ha segnato tutta la mia prima infanzia: la rottura degli argini del Po con conseguente alluvione. La grande alluvione del ’51, che ha coperto gran parte del territorio polesano raggiungendo, in alcuni punti, oltre tre metri d’acqua, la mia abitazione, ad esempio, aveva acqua fino al primo piano e la si raggiungeva solamente con la barca.

Fortunatamente e grazie a mio padre, che nelle ore precedenti l’evento prestava una continua attenzione alle notizie che la radio ininterrottamente trasmetteva, la mia famiglia riuscì a mettersi in salvo poche ore prima dell’arrivo dell’acqua.

La protezione civile, forse allora non aveva ancora questo nome ma comunque molto attiva, ci radunò nel punto più alto di Rovigo e lì iniziò lo sfollamento, distribuendoci in diverse località del nord Italia, la nostra famiglia fu ospitata a Gallarate, in un edificio gestito da suore molto disponibili.

La nostra permanenza a Casa Calderara durò tre mesi.

Ritornammo nella nostra abitazione a febbraio del ’52, ma trovammo un paesaggio spoglio e condizioni di vita completamente diverse: si era rotto un equilibrio durato generazioni e quindi i miei genitori furono costretti, dopo breve tempo, ad una scelta difficile ma necessaria: lasciare tutto e cercare luoghi più favorevoli al mantenimento della famiglia di dieci figli.

Nell’aprile del 1954 inizia il viaggio verso il Piemonte percorrendo a ritroso il percorso di quel fiume che fu la causa involontaria della nostra migrazione.

Man mano che lo sgangherato camion OM telonato macinava chilometri lungo la statale 10 Padana inferiore, notavamo il graduale cambiamento del paesaggio che da immense pianure, monotone e piatte, cedeva il posto a ondulate colline e corone di monti…dal Delta il nostro viaggio ci portava verso le sorgenti del Po.

Raggiungemmo la nuova destinazione dopo un vagabondaggio durato un giorno con le poche masserizie rimaste dopo l’alluvione, trovammo casa in una borgata di campagna di Pino Torinese, in frazione San Felice.

Dopo due anni di permanenza in quella amena oasi in mezzo al verde, situata tra Cambiano, Pecetto e appunto Pino Torinese, raggiungemmo Chieri, la città che ci ha ospitati e nella quale abbiamo trovato la nostra “seconda terra”.

Ora vivo e lavoro in questa bellissima città, ormai mi sento chierese a tutti gli effetti: qui ho costruito la mia famiglia, la mia professione, ho instaurato rapporti di amicizia, mi sono integrato a pieno titolo nel tessuto sociale, ma tutto questo senza dimenticare le mie origini di cui sono fiero, già… perché non si possono dimenticare le proprie radici, i propri avi, la propria cultura, la propria terra!

A settant’anni compiuti, in una giornata d’autunno, mi ritrovo nel grande parco di platani secolari e seduto su una panchina, una di tante lungo il tuo corso, attorniato dai miei sei nipoti, ho voluto raccontar loro la nostra storia che ci ha visti legati in una avventura in parte tragica ma con risvolti a lieto fine.

Mio caro Eridano, messi da parte gli antichi rancori e le paure di un tempo, oggi ti vedo con occhi diversi e capisco quanto la tua presenza sia utile: dalla sorgente, scendendo dai monti attraversi città, disseti la terra, ti doni a paesi, nutri pianure e incontri le genti.

Dedicato a mia madre Giulietta nata ad Adria e a mio padre Ruggero nato a Costa di Rovigo.

Per Carreum Potentia, Maurizio Sicchiero

Tratto dai ricordi di Maurizio Sicchiero

 

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