ªScuola e lavoro

Beppe. In terza elementare mi son già dato da fare.
- In che modo?
- Nella zona dove abitavo erano tutti anziani. Ma c’erano anziani dappertutto. Le donne, le vecchie si facevano portare la legna. Come uscivo da scuola, alle 4 e mezza, di corsa ad andare a mettere a posto quella legna per guadagnare quei 50 centesimi, 40 centesimi, una lira.
- D. Non ho capito bene: portavi la legna agli anziani?
- No. Io andavo solo nel cortile a metterla a posto, capito? Perché il “merca’d’l bosch”, il mercato della legna era in piazza Trento. Alla mattina, a ottobre, lì c’erano sempre i carri, “i tumbarei”, i carri ribaltabili, pieni di legna. Tutti andavano lì, trattavano poi la portavano nel cortile e io andavo a fare quel lavoro lì.
- D. Ad accatastarla, dunque.
- Si, ad accatastarla sotto le scale, nei sottoscale, in cantina. Perché le vecchie fare quello non potevano, capisci? Andavo sempre a fare quel lavoro lì per guadagnare qualche soldo.
- D. Poi come ti è andata?
- B. Poi nel ’38, a giugno, ho finito le scuole elementari. Dopo una settimana avevo già trovato un lavoro vero. L’ho trovato io.
- Che lavoro?
- Andavo in una panetteria a portare il pane. Sai quel panettiere che c’è proprio di fianco a San Domenico. Portavo il pane la mattina a tutta la gente che glielo ordinava, e guadagnavo una pagnotta: tutti i giorni mi davano una pagnotta e al sabato qualche soldo. Una pagnotta valeva già dei soldi allora!
- Chi era che gestiva la panetteria?
- B. Non mi ricordo più il nome. Avevano la panetteria e il forno, e abitavano in via Vittorio angolo vicolo della Pace, dove c’è il caffè. Abitavano lì sopra. Poi la panetteria ha cambiato tre o quattro padroni. Poi, però, mia madre s’è messa in testa di mandarmi in collegio a Valdocco.
Primo anno a Valdocco
- D. Si vede che eri un discolo!
- No, mia madre, capisci, voleva farmi imparare un mestiere. Però eravamo senza soldi. Quando sono andato a Valdocco, mi hanno messo a fare il calzolaio. I calzolai eravamo 9 o 10, e pagavamo circa 90 lire al mese. C’ero io, poi ce n’erano due che erano quelli dell’Istituto Rebaudengo (il Conte Rebaudengo è quello che aveva lasciato tutte le sue proprietà ai Salesiani. A Torino l’Istituto Rebaudengo c’è ancora adesso). Quei due erano i figli dei suoi mezzadri, contadini. Poi c’erano altri come me.
Quando siamo andati, ci hanno messo a scuola con gli elettromeccanici. Se andate a Valdocco, dove c’è il teatro grande, lì sopra c’era due camerate degli studenti e sotto c’era tre o quattro aule, locali che nel ’42 li colpì una bomba. Beh, non fu una bella esperienza.
- D. Come mai?
- I Salesiani non capivano che a noi non ci potevano mettere con gli elettromeccanici, perché eravamo troppo diversi. Erano più ricchi. Quelli pagavano in media 350 lire al mese. Capisci, uno che pagava 350 lire al mese doveva già essere un benestante, perché un operaio della Fiat, se andava bene, a quei tempi guadagnava 600 lire al mese. Pensa che ce n’era uno che era di San Germano Vercellese: aveva un fratello e due sorelle. Le sorelle quando venivano a trovarlo sembravano sempre due dive del cinema come si usava allora, e suo fratello era universitario. Io mi son subito accorto che c’era una cultura molto forte da loro in confronto a noi. Io, poi, ero già uno che me la cavavo. Però quei poverini là, gli altri miei compagni calzolai, erano tutti terra terra, capito?
Noi a Valdocco potevamo leggere solo “Il Vittorioso” il giornale dell’Azione Cattolica. Il fratello universitario di quello di San Germano, invece, gli portava sempre tutti quei giornali come il “420”, un giornale satirico. Allora la satira era tutta antireligiosa. E ogni tanto gli dicevo: «Ma ti, guarda che se ti pigliu ti mandu a casa». «Come sei stupido – mi rispose – mandu a casa a ti che ‘t ses un mort ‘d fam”»: Perché ci chiamavano “morti di fame” a noi, sai? Tant’è vero che quando l’hanno preso, nessuno ha parlato.
- A Valdocco, oltre al vostro laboratorio di calzolai cosa c’era?
- Calzolai, sarti, elettromeccanici, meccanici, tipografi, compositori e legatori. C’erano anche gli studenti che facevano il ginnasio, ma erano di là. Fra studenti e noi artigiani ci sfottevamo. Loro erano i “fistoli”, noi i “boia faus”.
- D. Che significava “fistoli”?
- Va a sapere! Era un soprannome. Come “boia faus”. Ma non erano i soli. Gli studenti che studiavano da prete avevano tutti il soprannome. Tra noi li chiamavamo sempre col soprannome.
Pensa che dopo tanti anni venne qui a Chieri un salesiano che avevo conosciuto a Valdocco. Quando ci incontravamo ci salutavamo: «Ciao, fistolo!». «Ciao, boia faus!».
- Quindi erano solo mestieri artigianali. Non era possibile che ci fossero dei benestanti come tu hai sostenuto poco fa!
- Gli elettromeccanici pagavano 350 lire al mese.
- Si, d’accordo, ma non potevano essere ricchi, altrimenti non avrebbero fatto gli elettromeccanici. Sempre operai erano!
- B. Sì, ma intanto la scuola di elettromeccanica costava 350 lire al mese, mentre noi ne pagavamo 90.
- Beh, diciamo che stavano un po’ meglio, ma non potevano essere ricchi, insomma.
- B. Erano già famiglie benestanti, perché se fossero stati come me, come facevano a pagare 350 lire?
Addirittura, c’erano due fratelli, erano di Venaria, uno è già morto e l’altro è ancora vivo, pensa che la famiglia pagava 700 lire al mese: doveva averne dei soldi!
- Quelli che facevano l’elettromeccanica che strada avevano davanti? Andavano a lavorare alla Fiat?
- Molti alla Fiat. Molti poi di lì andavano all’Avogadro. Alcuni facevano il perito poi andavano a far l’esame, e andavano alla Fiat o in altre fabbriche, ma erano loro i più pagati. Poi nella scala c’erano i meccanici, poi i tipografi, c’erano i sarti e poi eravamo noi, i calzolai. Noi calzolai, la cosa che mi ha colpito, i era i mort ‘d fam, eravamo i morti di fame: ce lo buttavano in faccia; se c’era da prendere in giro, si prendeva sempre in giro i calzolai. Ma io non stavo mai zitto. Sono sempre stato così.
Il secondo e terzo anno a Valdocco: la guerra
- D. Quanti anni sei stato lì a Valdocco?
- Tre anni, poi non ci ho voluto più andare, perché non ne potevo più. Lì c’era il direttore, il consigliere, il catechista …
Il secondo anno ci è andata bene: nel 1940 è cominciata la guerra. Il 10 giugno il Duce, sai, il famoso discorso: «L’ora segnata dal destino…». Quella notte dei bombardieri italiani sono andati a buttare un po’ di bombe a quel grande porto in Francia, come si chiama, a Marsiglia: han bombardato quel porto lì. La notte dopo, l’11, sono arrivati i francesi a Torino ed han tentato di colpire l’Arsenale, ma le bombe sono cadute tutte di fianco. Hanno distrutto un po’ di case. Allora da Torino sono scappati tutti, perché avevano visto le foto di Varsavia nel ’39. A Valdocco ci hanno promossi tutti senza dover fare più nessun esame e ci hanno mandati tutti a casa.
Il terzo anno, a Valdocco, non eravamo più nel cortile là dove c’era il teatro, nel cortile Domenico Savio. Ci hanno mandati alle scuole nel cortile S. Giuseppe, quello che c’è di là a fianco all’oratorio sportivo. Non eravamo più con gli elettromeccanici ma con i legatori. Coi legatori c’era Pensiero Acutis. Io ero del 27, lui era del 24. Adesso è il Presidente dell’Associazione degli Internati Militari in Germania. Ha scritto anche diversi libri. Era sempre il primo della scuola.
- La vostra scuola corrispondeva alle Medie?
- Si, ma si chiamava Scuola di Avviamento Professionale. Facevamo scuola e laboratorio.
- D. Gli insegnanti erano tutti Salesiani?
- Tutti Salesiani, già teologi.
- Non tutti preti?
- A volte erano ancora solo tirocinanti. I Salesiani facevano tre anni di tirocinio, adesso solo più due, ma allora tre. Portavano la tonaca ma erano chierici.
Beh, anche lì la solita storia, le solite ingiustizie. Pensa che quando ci facevano fare i compiti in classe, scrivevamo su un foglietto. Io e Acutis lo facevamo quasi uguale, perché eravamo amici e ci guardavamo. Beh a lui gli davano otto e a me sei. Perché a lui speravano di farlo salesiano. Un giorno ho preso, sono andato dall’assistente ed ho detto: «Ma senta, com’è sta faccenda, perché a lui da otto e a me sei? I voti per cosa li date?». Alla fine dell’anno mi hanno rimandato: storia e geografia. Lì era pura vendetta, perché io, con la mia memoria, sapevo persin le virgole. Poi mi hanno rimandato francese e italiano: in questo avevano ragione, perché io a scrivere ero proprio negato.
A 14 anni, come sono arrivato a casa, dico: «Io mi cerco un lavoro». Non volevo più andare a nessun costo a Valdocco.
Per Carreum Potentia, Antonio Mignozzetti