Alessandro Manzoni scrive a Giuseppe Avezzana

Mi scuso in anticipo se tiro in ballo una parola inusuale: serendipità. Significa scoprire qualcosa di utile, di emozionante, di inaspettato cercando altro. Certamente oggi il web aiuta: del resto, mi aggiravo in Internetculturale.it, che raccoglie cataloghi e collezioni digitali delle biblioteche italiane (anche musicali… nella pagina d’apertura campeggia “E tu” di Claudio Baglioni) in cerca di materiale sulla Chieri napoleonica, che non ho trovato, e ho provato a digitare quasi meccanicamente “Avezzana”.

Tra i risultati della ricerca l’occhio dell’ex insegnante di lettere cade su una lettera di A. Manzoni al Generale Avezzana custodita nella Biblioteca Nazionale Braidense di Milano e datata 24 novembre 1863. Immaginavo che la lettera nascesse da una situazione occasionale e l’inizio, che riporto, sembra confermarlo:

«Onorevole Sig.r Generale. Profitto dell’occasione ch’Ella s’è compiaciuta d’offrirmi, per far pervenire l’acclusa risposta a New York».

Nulla di strano, Giuseppe Avezzana era conosciuto ed apprezzato a New York, come ha raccontato Daniela Bonino nel suo libro Il generale Avezzana uomo del Risorgimento. La società newyorkese seguiva con attenzione le vicende e i protagonisti della lotta per l’indipendenza e accoglieva l’immigrazione forzata degli esuli che non di rado raggiunsero posizioni sociali di rilievo. Ma sono le righe seguenti ad essere sorprendenti, perché in nessun modo richieste:

«E ne profitto anche per esprimerle un sentimento ben antico, ma sempre vivo in me a di lei riguardo. Non m’è mai uscito dall’animo, che nell’infelice 21, il di Lei nome sonò da queste parti come quello d’un Italiano che, dopo aver prestata la sua opera per la redenzione della patria, fu, o l’ultimo, o certamente uno degli ultimi a disperare. Voglia non disaggradire questo ricordo, e insieme l’espressione del mio cordiale rispetto.

Milano, 24 novembre 1863

All’Onorevole sig. Generale Giuseppe Avezzana

Deputato al Parlamento».

Qualcuno ricorderà che Manzoni scrisse “Marzo 1821”, ode patriottica in cui si augura che gli insorti possano superare e abbattere i confini che separano “tra l’Italia e l’Italia” lo stesso popolo perché possa finalmente essere

«Una d’arme, di lingua, d’altare,

Di memorie, di sangue e di cor».

La scrisse tra il 15 e il 17 marzo (e poi la imparò a memoria, per non lasciare documenti compromettenti) quando tra i patrioti lombardi, sudditi asburgici, serpeggiava la speranza che l’esercito sabaudo guidato da Carlo Alberto avrebbe varcato il Ticino: non c’erano Telegram o altri canali di messaggistica istantanea, ma il nome di Avezzana era evidentemente giunto tra loro, in un passa parola non privo di rischi, come membro di spicco della Carboneria torinese.

Pochi giorni prima, l’11 marzo 1821, potremmo dire quasi a sua insaputa, era stata coinvolta Chieri e il nome di Avezzana aveva cominciato ad essere conosciuto anche oltreconfine (cioè a Milano). I moti del 1821 erano scoppiati ad Alessandria, guidati da ufficiali affiliati alla carboneria, ma le comunicazioni in questo caso non furono efficaci e un gruppo di militari costituzionalisti si presentò a San Salvario, allora fuori dalle mura di Torino, guidati da capitano Vittorio Ferrero: ad essi si unirono studenti, borghesi e il tenente Avezzana. Quel giorno era in licenza, ma da affiliato alla Carboneria si precipitò a San Salvario diventando di fatto luogotenente di Ferrero. Però erano in anticipo sui tempi previsti, non ebbero nessun appoggio venendo anzi circondati dalle truppe lealiste. Vittorio Emanuele I non volle ordinare la sanguinosa repressione che molti gli chiedevano e il gruppo riuscì ad attraversare il Po e ad avviarsi, attraverso la strada dell’Eremo, verso Asti. Qui divenne decisivo il ruolo di Avezzana: occorreva una tappa intermedia, un rifugio abbastanza defilato che potesse accogliere per la notte un gruppo eterogeneo, privo di rifornimenti e male armato sperando che nella confusione del momento non fossero giunti l’allarme e le direttive per contrastarli. Il tenente Avezzana conosceva Chieri, le procedure e la consistenza della guarnigione: una scelta rischiosa, ma strategicamente corretta che sta per essere attuata nel tardo pomeriggio dell’11 marzo 1821.

Un solo, quasi incredibile, intralcio. La colonna viene intercettata, ormai alle porte di Chieri, non dalle truppe lealiste, ma da Lorenzo Avezzana, il padre, accompagnato da un cugino che era casualmente presente a San Salvario. Accenno qui solo brevemente all’episodio, che contiene in sé la sceneggiatura per una drammatizzazione. Padre e figlio sono entrambi volitivi e determinati, ma politicamente su fronti opposti: un vecchio capitano devoto ai Savoia, un figlio costituzionalista e ribelle. Dopo un confronto molto animato, lo scontro viene evitato, parte della colonna isola il padre, che tornerà a Torino, mentre il figlio prosegue verso la porta Vayro, l’attuale Biblioteca. E’ una scelta dolorosa e drammatica; i due in quel momento non lo sanno, ma non si rivedranno più.

Giuseppe Avezzana raggiunge la porta dove i militari di guardia, che lo conoscono, lo fanno entrare e con lui il gruppo dei costituzionalisti, circa 400. Si dirigono al convento di Sant’Antonio, sede dei Granatieri e dell’armeria e si fanno consegnare le armi: pagano però le munizioni e pagheranno alla città, con regolare ricevuta, le vettovaglie fornite. Occupano per la notte in convento di Sant’Antonio, mentre pattuglie battono la città, parola d’ordine “Costituzione, Liberazione”. Il mattino seguente ripartirono dalla Porta Gialdo in direzione Asti, dove furono ospitati prima di raggiungere Alessandria. L’avventura dei costituzionalisti ebbe una tragica evoluzione e Avezzana, che dalla notte chierese in poi aveva assunto un ruolo sempre più rilevante (tanto da giungere alle orecchie di Manzoni) venne condannato a morte e partì esule per la Spagna che ancora combatteva.

Il verbale del Consiglio comunale, steso dopo la partenza dei rivoltosi, termina così: «La Popolazione non vi prese la menoma parte, ed ha goduto, e gode, la più perfetta quiete, e tranquillità». Però, alcuni chieresi seguirono i ribelli: il loro destino non è finito sotto i riflettori della storia, ma hanno anch’essi lasciato certezze per seguire un ideale.

Per Carreum Potentia, Roberto Destefanis.

Sitografia: Internetculturale.it

Iscrizione al corso Carreum Potentia

Chieri da conoscere

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

Iscriviti qui sotto

Compila il form qui sotto per iscriverti al corso