Chieri è stata scenario di storie, avventure, realtà e fantasie di diversi autori; solo per citarne alcuni, il Vescovo Landolfo nel 1037 ricorda di averne alzato e rafforzato la torre ed il castello; il vescovo Ottone di Frisinga, cronista dell’imperatore Federico Barbarossa, la cita raccontandone la distruzione; il patriota David Levi nell’Ottocento la descrive in Ausonia-Vita d’azione; Augusto Monti nel suo Ragazza 1924 racconta di luoghi, persone, costumi, persino di giochi; Cesare Pavese ne La casa in Collina colloca uno dei rifugi del protagonista nel complesso dei Padri Salvatoriani, nel suo romanzo Colore di pioggia, la scrittrice e autrice di opere televisive Eva Franchi (1923-2001) ci racconta una storia ironica e deliziosa che ha come sfondo la nostra città..
La descrizione di Chieri che vi presentiamo è riportata dal periodico Il Chierese del 20 luglio 1946; è un testo tra il serio e il faceto, come del resto ci porta a pensare lo stesso pseudonimo scelto dall’autore per firmarlo: “cip”.
«Chiamata fino a pochi anni fa ‘città dalle cento torri’, Chieri viene ora via via definita ‘seconda Vaticano’, ‘ultimo paese del mondo’, ‘culla del borsanerismo’, ‘matrice di belle intelligenze’, ecc. ecc. Comunque sia, Chieri è quella che è, come ciascuno di noi la vede. Vecchia e nuova, bassa e alta, con le sue strade contorte, i palazzoni severi, gli interminabili muri di cinta, le case smozzicate dal tempo. C’è un municipio, una stazione ferroviaria capolinea, due parrocchie, un ufficio postale, tre Banche, il Telefono, l’Arco. Tante chiese, molti stabilimenti, due cinema, cinque sedi di partito, un Luna Park, le scuole, il cimitero. Una cittadina di provincia, insomma, e come le consorelle a volte attraente, in certe ore disgustante. Chi può e vuole non sta però a disgustarsi al paese; servizievoli corriere o automezzi propri trasportano l’infelice alla vicina Torino.
Del fiumiciattolo che ne circonda il lato destro diremo che non è biondo, né rapido, né gagliardo. Dei suoi lungarni non parleremo affatto.
Bello è recarsi a San Giorgio dopo una giornata di vento e quando è azzurro in cielo: par di toccare le Alpi con le dita. Meno bello è star seduti all’ombra dei platani che anni fa, in estate, formavano la delizia dei nostri nonni. Il corso (altrimenti e più conosciuto sotto la denominazione di ‘giù ‘d Cher’) si snoda tortuoso fra due teorie di bei negozi e attraverso tutta la città, mentre sfoggia, nei tratti centrali, una coppia di comodissimi marciapiedi. I monumenti principali sono due; le case tutelate dall’Arte, e quindi non passibili di riparazioni, centomila.
Gli abitanti sono degli uomini seri e simpatici. Dediti al lavoro ed allo studio, raramente li incontri a bighellonare per le strade col naso per aria. Al più, convocati in gruppetti, o sparlano del prossimo o criticano l’opera del governo o combinano una cenetta (due uova e ‘na buta’) a Pavarolo. La domenica è raramente festa per i chieresi. Il corso si anima quelle quattro ore per le due passeggiate, poi è il deserto. Riposano gli uomini per l’indomani. La settimana che verrà troverà pronti nuova ‘canapina’ e nuovo ‘tovagliato’ da lanciarsi alla conquista dei mercati mondiali.
La gioventù si comporta come la gioventù di Londra e di Nuoro. Gioca, salta, balla, studia anche, fa l’amore, scherza, legge, si entusiasma.
In fondo a Chieri si sta bene. La vita è cara, d’accordo, ma il quotidiano spennamento vien fatto con tanta dolcezza e sorrisi che non te ne accorgi fino a che non sali sopra una bilancia. Solo allora constati che perdi un chilo al mese e scoraggiato ti dici:’ Non avrei mai creduto che fra tanti conventi e tanti altari potesse allignare la mala erba degli astuti, disonesti filibustieri’.
Naturalmente tutto ciò non riguarda la rondine tornata da poco e che sta preparando, con la solita cura, il nido sul campanile del Duomo».
Firmato: “cip”.
Una Chieri diversa da quella di oggi? Non proprio: oggi sicuramente ingrandita, più ”restaurata”, con più servizi e, nel contempo, con meno lavoro, meno preti e soprattutto meno vita comunitaria. Ma per il resto siamo sempre gli stessi, anche se mescolati a nuove etnie che hanno assimilato il nostro modo di vivere di cittadina di provincia.
Per Carreum Potentia, Rosanna Perilongo
Fonti
– Il Chierese, 20 luglio 1946.
– AA.VV., Zibaldone Chierese, Fatti luoghi, personaggi, Torino, 2012