Carlo VIII
Nell’anno della “discesa in Italia” – siamo nel 1494 – il re ha compiuto ventiquattro anni; è pertanto nel pieno vigore delle sue ambizioni, benché sempre un po’ malaticcio. Pare che abbia anche una malformazione ai piedi: sei dita, protette da singolari scarpe dette a becco d’anatra; è sgraziato, basso, brutto, balbuziente (fig.1).

Le fonti italiane coeve presentano delle costanti negative: ne sottolineano la bruttezza del viso, la mancanza di carisma, la propensione ad ascoltare troppo i suoi consiglieri e la volubilità giovanile. L’ambasciatore veneziano Zaccaria Contarini, che l’ha conosciuto di persona, ce lo descrive:
«La maestà del re di Francia è di età di 22 anni, piccolo e mal composto della persona, brutto di volto; ha gli occhi grossi e bianchi e molto più usi a veder poco che assai, il naso aquilino similmente grande e grosso molto più del dovere, i labbri eziandio grossi, i quali continuamente tiene aperti, ed ha alcuni movimenti spasmodici di mano che paiono molto brutti a vedersi, ed è tardissimo nella locuzione … tuttavia è lodato da tutti a Parigi perché è gagliardissimo a giocar a palla, a caccia, e alla giostra …».
Eppure, sarà forse per il fascino della corona, le donne che lo incontrano non sono restie a buttarsi tra le sue braccia.
Carlo è diventato re a tredici anni: suo padre, Luigi XI, è morto nel 1483; dalla seconda moglie Carlotta di Savoia – figlia di Ludovico, secondo duca di Savoia, detto il Generoso – ha avuto altri quattro figli maschi, tutti morti precocemente, e tre femmine. Carlo si è così trovato a governare, fino al 1491, sotto la reggenza della sorella maggiore, la principessa Anna di Francia. È stata proprio lei a organizzare il matrimonio (6 dicembre 1491) fra Carlo e Anna, duchessa di Bretagna, per portare questo antico stato sotto l’amministrazione diretta della corona francese. Si narra che la quindicenne duchessa Anna, infelice per via dell’arrangiamento politico dell’unione (o perché conosceva l’aspetto fisico dello sposo?), sia arrivata al matrimonio con il suo entourage che trasportava ben due letti.
La principessa Anna, che per altro non ha mai smesso di governare, ha riassunto la reggenza dal momento in cui il re ha lasciato il suolo di Francia per la sua discesa in Italia; la terrà fino al suo rientro l’anno seguente.
Troviamo il racconto dettagliato della spedizione italiana del re in Le Vergier d’Honneur. Il suo autore, André de la Vigne, è nato verso il 1470 a La Rochelle e morto verso il 1526; molto stimato come storico per l’esattezza minuziosa delle sue narrazioni, iniziò la sua carriera come segretario del duca di Savoia, a Chambéry; divenuto segretario della regina Anna di Bretagna, fu scelto da Carlo VIII per essere il cronista della sua spedizione a Napoli, di cui tenne un vero e proprio diario, scritto parte in versi e parte in prosa. Re Carlo, venendo in Italia, aveva una meta ben precisa: conquistare il Regno di Napoli. Anzi, diceva lui, «riprendersi il Regno di Napoli», su cui vantava un diritto ereditario attraverso la nonna paterna, Maria d’Angiò, moglie del nonno Carlo VII, cui aveva dato ben tredici figli incluso il primogenito Luigi XI, padre del nostro. Già: gli Angioini avevano regnato a Napoli fino al 1442, cioè fino al ritorno degli Aragonesi.
La sua calata in Italia inoltre era invocata da Ludovico Sforza detto il Moro, convinto che il re di Napoli Ferdinando I si volesse alleare con Firenze per abbatterlo. Ludovico aveva accettato di dare a Carlo VIII una scorta di 500 uomini d’arme, un prestito di 200.000 ducati e il permesso di armare a Genova la flotta necessaria. Va ricordato che nel 1487 la Repubblica di Genova, travagliata da lotte intestine e attaccata da Firenze, si era posta sotto la protezione del Ducato di Milano, restandovi fino al 1499. In cambio il re si era impegnato a concedere a Ludovico il principato di Taranto. Questi negoziati erano avvenuti nel 1492, ma, come abbiamo già visto, Carlo era piuttosto volubile; fino all’ultimo non era molto convinto dell’operazione militare, nonostante l’insistenza di alcuni esuli napoletani rifugiati a Parigi e dei suoi più fidati consiglieri. Deliberata l’impresa, cercò prima di risolvere le contese con gli stati vicini, stipulando trattati con Inghilterra, Spagna e Austria. Anche Ludovico il Moro, nel ’93, aveva cominciato a manifestare qualche incertezza agli ambasciatori francesi, inviati in Italia da re Carlo. Gli ambasciatori proseguirono il loro tour senza troppo successo: a Venezia ricevettero risposte vaghe, come pure a Firenze, per altro alleata di Ferdinando di Napoli, ma desiderosa di mantenere buoni rapporti con la Francia; i Senesi si dichiararono neutrali. Per ultimo interpellarono il papa Alessandro VI, il quale fece presente che il reame di Napoli era feudo della Santa Sede; spettava quindi solo a lui giudicare fra i pretendenti, e far guerra al Napoletano equivaleva ad assalire la Chiesa.
Il nobile Claudio di Lantiglaco
La traccia più consistente del passaggio da Chieri di Carlo VIII è un atto notarile: il testamento, portato alla luce e pubblicato dalla dottoressa Lorena Barale, di un soldato, anzi un cavaliere del re di Francia, venuto a morire proprio a Chieri.
L’intestazione recita:
Testamentum nobilis Glaudi de Lantiglaco bastardi
ovvero: Testamento del nobile Claudio da Lantiglaco, bastardo.
Non facciamoci impressionare dall’aggettivo bastardo: all’epoca veniva usato per designare i figli di nobili nati al di fuori del matrimonio cattolico. In effetti è ben precisato che il nostro Claudio è nobile. Circa il nome Glaudius, trattasi di forma frequente per Claudius. Non è facile individuare il luogo di provenienza del testatore: nell’intestazione compare de Lantiglaco; nel testo invece troviamo de Lantiglascho, probabile adattamento alla nostra toponomastica.
Il testamento è datato 15 settembre 1494, cioè nove giorni dopo l’arrivo a Chieri e sei giorni dopo la partenza del re per Villanova e Asti: evidentemente il nostro Claudio si è ammalato qui e non ha potuto proseguire il viaggio. È stato redatto:
«nella casa del nobile Giacomo Benzio di Chieri, in una stanza sita all’estremità del salone di detta casa, ivi presenti i nobili Baldassare Bulla, Luchino Selarando, Giovanni Ludovico Martineto, Ludovico Florito e Francesco de Franchis di Chieri, testimoni».
Torniamo al testatore: il «nobile Glaudio bastardo di Lantiglasco armigero del serenissimo re dei Franchi» si trova di persona in presenza di detti testimoni e del notaio sottoscritto, consapevole «che la morte e la vita siano nelle mani di Dio, e che nulla sia più certo della morte e nulla più incerto della sua ora». È «grazie a Dio sano di mente, coscienza e discernimento, sebbene malato di corpo, e temendo di morire di questa malattia» vuole disporre dei suoi beni, che non sono pochi, come vedremo.
Qualche considerazione sul suo ruolo nell’esercito di Carlo VIII: armigero sta per guerriero, uomo d’armi; ma anche per scudiero, cioè colui che porta le armi. Però non è quest’ultimo il nostro caso: Claudio è un cavaliere, tant’è che viaggia con ben sei cavalli e due servitori. Nel testamento si precisa che uno dei cavalli è solito portare il bagaglio; ne restano cinque, quindi due sono di scorta (uno di questi è in viaggio verso Napoli). Vediamo in dettaglio i suoi averi, oltre ai cavalli, quali risultano dalle sue ultime volontà per la parte pervenutaci:
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una armatura destinata alla sua protezione,
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le insegne militari e tutte le altre dotazioni destinate alla pratica delle armi e alla guerra (tra cui, credo, le armi vere e proprie),
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tre capi di abbigliamento, cioè un mantello di seta, una veste di pelo di cammello e una veste per andare a cavallo (non meglio specificata).
Ed ecco i destinatari dell’eredità:
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alla chiesa collegiata della Beata Maria di Chieri (l’attuale Duomo) e al Convento dei Frati Predicatori di San Domenico vanno due cavalli, che dovranno essere venduti e il ricavato andrà a costituire un fondo perpetuo per la celebrazione di messe, in dette chiese, in suffragio dell’anima del donatore e dei defunti;
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al suo servitore Iohannoto de Pigaudo vanno ben tre cavalli, l’armatura, le insegne, le dotazioni militari e i tre capi di vestiario. Evidentemente non era un semplice servitore, ma un vero e proprio aiutante di campo; l’eredità, in pratica una vera e propria investitura, lo trasforma in armiger;
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all’altro servitore, Giovanni Verdolet, va il restante cavallo, che però risulta nelle mani del Signore de la Chane, in viaggio verso Napoli col suo re; va inoltre la quarta parte delle sue competenze annue, cioè lo stipendio di tre mesi, pari a cento franchi.
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al suo esecutore testamentario, nominato nella parte del documento non pervenutaci, vanno cento scudi del sole (è lo scudo d’oro, del peso di circa 3,4 g) una tantum per la sepoltura, i funerali e la “settima” (messa del settimo giorno) in memoria del defunto;
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al monastero di Santa Margherita di Chieri (di cui resta la chiesa, ora accorpata nell’Istituto Salesiano Cristo Re San Luigi) vanno dieci scudi d’oro.
Manca il seguito del testo.
Ho cercato di individuare la località di provenienza del nobile Claudio, inizialmente senza risultati convincenti. Ho poi preso in esame il de Pigaudo del suo primo servitore, sperando che fosse la località d’origine: mi sono invece imbattuto in una famiglia di scudieri (cioè giovani nobili che, come tirocinio per essere armati a loro volta cavalieri, accompagnavano i cavalieri portando loro lo scudo e prendendosi cura delle armi e dei cavalli), il cui primo esponente ricordato, nel 1488, è il bretone Jehan Pigault. Ovviamente non è detto che sia la stessa persona; però il fatto di essere uno scudiero spiegherebbe il trattamento riservatogli nel testamento del nobile Claudio. Inoltre in Bretagna si trova una località chiamata Lantillac.
Una ulteriore pista è offerta dal Signore de la Chane, in viaggio verso Napoli col cavallo ereditato dal povero Giovanni Verdolet. Credo che il toponimo “la Chane” debba essere inteso come “La Chaîne”: in Francia si trovano numerose località con questo nome; una, in particolare, è La Chaîne, in Bretagna, circa 25 km a nord-est di Rennes. Va da sé che, a questo punto, sono stato attratto dalla “pista Bretone”: sia Iohannoto de Pigaudo sia il de la Chane ci portano nei dintorni di Rennes, dove si trova anche Lantillac. Non è fuori luogo credere che tutti i nobili e i feudatari dei dintorni avessero una residenza in questa città, dove, tra l’altro, nel 1489 Anna di Bretagna fu incoronata duchessa (fig.2).

Nell’archivio storico del Duomo di Chieri, erede testamentario, c’è in effetti l’atto notarile di assegnazione dell’eredità: la pergamena n. 50, inventariata col titolo Claudio di Lantigliac dona per causa di morte alla Collegiata un cavallo, poi venduto per 50 soldi aurei. Già: proprio Lantigliac, come il francese Lantillac!
Dalla seconda parte della pergamena ricaviamo le seguenti informazioni:
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il nobile Claudio è morto tra il 15 e il 17 settembre del 1494. Il 15 settembre, quando è stato redatto il suo testamento, era nel pieno possesso delle sue facoltà; il 17 è stato sepolto e possiamo quindi ipotizzare che sia morto il 16 settembre;
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la sepoltura è avvenuta nella chiesa di San Domenico di Chieri.
Della tomba non è rimasta traccia; ma, dal libro La chiesa di S. Domenico di Chieri, di P. Angelico Guarienti O.P., apprendiamo che era situata ai piedi della colonna con l’immagine della Madonna del Latte.
Per Carreum Potentia, Pier Paolo Falcone
Bibliografia:
P.P. Falcone, Un re di Francia a Chieri: Carlo VIII, Chieri gennaio 2024.
P. Angelico Guarienti, La chiesa di S. Domenico di Chieri, Torino 1961.