Casa Bertone. Il soffitto ligneo di Giovanardo Bertone (1455-60)¹

¹Maestranze dei Fantini chieresi

Siamo nella seconda parte del Quattrocento, ci troviamo nel quartiere Vairo, nella contrada dei Balbo, tra la via Maestra e la collina di San Giorgio. Un contesto urbano caratterizzato dalle famiglie dell’aristocrazia di quel tempo, di cui i Balbo erano forse la più potente e antica. I Bertone erano affiliati da lunga data a quel consorzio di cultura cavalleresca, attivo nella mercatura, nel prestito di denaro e in più, impegnati nella vita comunale. Già dalla fine del Duecento, infatti, erano parte di quel sistema di famiglie nobili, raggruppate in consorterie unite dalla convergenza di interessi.

Il blocco edilizio di via Visca è già consistente a fine Trecento, con Giovanni Bertone che lo cede in eredità al figlio Andrea, che a sua volta lo passa, per via ereditaria, ai suoi figli Giovanardo e Ludovico. Ed è Giovanardo a dichiarare al catasto nel 1466 due case contigue in questo luogo. L’edificio è dichiarato come semplice domus, seppure con i suoi tre piani fuori terra si configurava piuttosto come un palacium. La famiglia Bertone non è solo proprietaria di questa casa, possedeva un patrimonio accumulato da diverse generazioni. Nel 1351 avevano acquistato una parte di Santena con l’investitura del vescovo di Torino; una decina d’anni dopo era stata la volta di Revigliasco; nel 1430 avevano acquistato dei beni dai Provana Sambuy e poi altre proprietà ancora.

La casa di via Visca è però la casa di abitazione. È dunque Giovanardo Bertone, padrone di casa, il committente di questo splendido soffitto dipinto, realizzato tra il 1455 e il 1460. Giovanardo è dottore in leggi, consigliere del Duca di Savoia e ambasciatore della Corte presso la Santa Sede, dunque, è persona colta e conoscitrice del costume del suo tempo. Anche la moglie Anna Bobba proviene dai ceti dirigenti della città di Asti – città con la quale Chieri ha stretti legami economici e finanziari nonché politici -, anch’essi appartenenti alla categoria dei Lombardi, cioè, mercatanti e prestatori di denaro. Dunque, il clima culturale della famiglia è quello dell’aristocrazia borghese implicata nella mercatura e nelle magistrature comunali.

È una classe che ha maturato il concetto del costruire case d’abitazione belle e ariose, quasi a distinguerle dal sistema di vita dominante nei secoli precedenti semplice e austero, fatto di oggetti indispensabili al proprio sostentamento. Il tardo Medioevo è un tempo in cui emergono nuove esigenze: il comfort e il tempo libero, desideri che si riscontrano nella classe dei mercanti e degli uomini d’affari della metà del Quattrocento. Attitudini che nascono e si sviluppano grazie ai viaggi di lavoro oltralpe, intrapresi per stringere rapporti di lavoro economici o politici con gli entourage di corte: ambienti che contengono esempi di stili di vita che mirano al lusso. Non è a caso che la maggior presenza di soffitti lignei dipinti sia concentrata tra la Francia meridionale (Capestang, Lagrasse, Narbonne) e il Piemonte occidentale.

È questo clima culturale a suggerire la realizzazione di questo soffitto ligneo al piano terra: uno strumento di comunicazione, diremmo oggi, concepito per compendiare in forma visiva le alleanze politiche, la storia dinastica e famigliare dei Bertone. Ma anche uno strumento per esporre le relazioni culturali, i modelli etici e le credenze spirituali. È un universo di immagini che narrano allo spettatore le sensibilità di quel tempo, cioè, un “sentire” intrigato dal concetto del male contrapposto al bene. Si avverte nella lettura di queste immagini la percezione del «mostruoso e quindi del diabolico». Il soffitto in origine era probabilmente situato nella sala magna, collocata in corrispondenza dell’ingresso, di modo che potesse mostrarsi alle persone in visita alla famiglia. È anche possibile che ci fosse un ordine di lettura delle tavolette che ora però non è più identificabile.

Nelle tavolette restaurate figurano prevalentemente soggetti umani e umanoidi e simboli araldici: 48 in tutto dei quali lo stemma dei Balbo appare 11 volte e quello dei Bobba 9.

Intervallate alle tavolette che espongono gli intrecci famigliari notabili e i segni del potere, appaiono figure ibride e mostri, immagini che comunicano il rapporto tra un mondo immaginato e un mondo reale; rappresentazione probabile dello specchio di un vivere quotidiano diviso tra obblighi e fatiche e un mondo immaginato, inquietante, temuto ma anche suadente.

Così, ogni immagine che riproduce soggetti ibridati, animali con parti umane (cavallo con le mani), oppure umanoidi con parti corporali rappresentate da oggetti, come l’uomo cornamusa, paiono richiamare, seppure non esplicitamente, l’idea dell’aldilà: l’altro mondo, quello della verità. Infatti, non manca il richiamo al diavolo, l’unico soggetto che guarda direttamente verso il basso, in direzione della persona sottostante che, presumibilmente, dal basso osserva la tavoletta che lo riproduce.

In conclusione, pare potersi leggere nelle immagini delle tavolette che costituiscono il soffitto Bertone, una volontà di formazione morale, metaforicamente puntata verso il bene – seppure mostrata in forma inversa: il male – a vantaggio dei giovani di famiglia; ma al tempo stesso un monito per il pater familia, colui che, investito della responsabilità, aveva il compito di proteggere e rafforzare il proprio benessere e quello famigliare.

 

1 Liberamente tratto da: G. Donato (a cura di), Quando i Cavalli avevano le mani. Il soffitto quattrocentesco di Giovanardo Bertone a Chieri, Tipografia Parena snc, Mombello di Torino, 2018.

 

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