El borg del Neùv, tra la “piazzetta” e il convento di Sant’Andrea

Prospetto del Convento di Sant’Andrea, Chieri. Demolito nel 1963.

Al termine di un complicato iter pare che il plesso scolastico, all’angolo tra via Tana e via San Pietro, sorto nel 1963 sulle rovine dell’antico convento di Sant’Andrea, stia finalmente per essere abbattuto. Convento che ospitava le Orfanelle‘d Turin: «ampio e capace non solamente per sessanta monache, che vi erano colle inservienti […] era luogo per ricevere un discreto numero di educande […] poiché le monache vi ricoveravano donzelle non solo delle primarie famiglie di Chieri, ma di tutto il Piemonte: spaziosi giardini lo circondavano, rendendolo ad un tempo delizioso e sano». Tutto l’insieme dava vita ad un frammento di città già periferia – ‘el borg del Neùv – raccolto tra la piazzetta ed i bordi del rio Tepice ancora ricco di acqua se non limpidissima almeno non contaminata.

Fino alla prima metà del Novecento, ma anche dopo, chi abitava in zona alternava, per sbarcare il lunario, la zappa al telaio. Perché se già erano poco floride le condizioni finanziarie di chi risiedeva nel primo tratto di via Tana (quello compreso tra il Consorzio Agrario e via dei Mulini) andando oltre l’indigenza si palesava ancora di più.

Le case dei magnin – che il sabato pomeriggio si improvvisavano venditori dei settimanali locali (Corriere e Chierese) “strillonando” tra le vie del borgo e poi giù, verso il centro città – segnavano il territorio all’angolo con Via San Pietro. Dalla parte opposta la piazzetta la faceva da padrona con i suoi minuscoli alloggi su due piani. Uno di questi era abitato dalle famiglie Callegari ambulanti di frutta e verdura, ma anche amanti di tutto quanto potesse profumare di motori, in particolare di motociclette. Quel nucleo sfornerà, agli inizi degli anni ’70, un campione regionale di tutto rispetto; Erardo, lo stesso che sin da piccolo scorrazzava in bicicletta sulla piazza dopo aver fissato una cartolina sulla ruota posteriore traendone un rumore vagamente simile a quello di una motoretta. La fantasia, poi, faceva il resto rendendogli così meno dura l’attesa di poter “cavalcare” una vera moto da cross.

Come vicini di casa avevano la famiglia Vergnano capeggiata dall’anziana signora Cùlina; mentre, oltre i Callegari si era insediato un minuscolo negozio di commestibili (allora erano definiti così le botteghe di generi alimentari) con vetrina sulla piazza e ingresso in via Tana gestito dai coniugi Fenocchio. Pin (Giuseppe) Fenocchio, nato a Genova ma sin da giovane emigrato nella nostra città, tra gli anni ’20 e ‘30 era stato un discreto calciatore e, giocando in diversi ruoli, aveva indossato più volte la maglia azzurra dell’U.S.Chieri. La passione per il calcio non l’aveva abbandonato tanto che spesso ne discuteva con gli altri dirimpettai, i suoi interlocutori privilegiati erano i Balma di casa in vicolo Della Ghiacciaia; esperti “uccellatori” e rané che facevano della loro passione venatoria, perché di questo si trattava, un elemento identitario di appartenenza sociale. In altre occasioni era il tessitore Giorgio Fantini con bòita all’interno dello stesso vicolo, ad intrattenersi con lui.

La boita del Fantini confinava con la “Cascina Ronco”: la Berbùiusa. Un insediamento rurale con ingresso principale in via Tana 36 governato in particolare dalla famiglia Vezzaro. Nella stalla, ebbene sì ha resistito sino alla fine degli anni ’50, decine di mucche dalle quali la famiglia ricavava latte da vendere a tutto il vicinato ma anche da consegnare a domicilio, chiuso in bottiglia, a “quelli del Centro”. Soprattutto verso sera non era raro incontrare donne, anziane e meno anziane, dirette verso la Berbùiusa armate di barachin che poco dopo sarebbe stato riempito con il latte appena munto. Ma in quello spazio contadino si poteva acquistare anche altro… Oltre il muro di cinta, a ridosso delle antiche mura, si apriva l’orto curato la sera dopo il lavoro nei campi e in stalla; patate, cipolle, carote, pomodori erano sempre pronti per essere venduti insieme a qualche pollo a qualche faraona allevati all’interno del cortile dove, d’estate, si trebbiava per più giorni il grano, spesso con i macchinari forniti dalla ditta Gambino di Porta Garibaldi.

E, proprio di fronte alla cascina, si incontrava l’imponente fabbricato del convento di Sant’Andrea da cui siamo partiti. Convento che negli anni ’50 ospitava un laboratorio di cucito che correva lungo tutta via Tana e si affacciava, con le sue ampie vetrate, sul giardino interno. Lì le “orfanelle”, chiuse nelle loro divise nere sulle quali veniva annodato un grembiule bianco nelle ore di cucito, ricamavano biancheria e corredi di lusso non soltanto per i chieresi.

Una vita comunitaria quella ‘del borg del Neuv davvero semplice dove famiglie patriarcali cercavano di mettere insieme, giorno per giorno, il pranzo con la cena con estrema dignità. Dove, negli anni ’30, le ragazze per divertirsi giocavano ai birilli in attesa che i “ciarlatani” si insediassero con il loro palco sulla piazzetta. Poco più in là, sotto i portici del pont del Neùv, Baròn insieme ad altre lingère (mirabilmente raccontate sulle pagine di Cronache Chieresi nel 1965/66 dal pittore e poeta Luigi Roccati) viveva intanto «senza crucci la sua vita da “barbone” incurante della gente che transitava su e giù dalla scaletta che scendeva nel rio e che serviva di passaggio alle donne del rione quando andavano a risciacquare i panni nelle acque del Tepice». Un mondo ormai scomparso portando con sé importanti valori. Un mondo fatto di persone, di luoghi, di usi da far rivivere ormai soltanto attraverso la memoria che per lungo tempo è stata veicolo di trasmissione delle conoscenze ma che, nel terzo millennio, pare non funzionare più.

Per Carreum Potentia, Valerio Maggio

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