Fibre di origine animale: il baco da seta 3ª parte.

 

Nell’immagine villa Moglia (stampa in rame)

La seta a Chieri

Anche a Chieri si lavorava e commerciava la seta, sia sotto forma di filato che tessuta, dal 1200, inoltre, altri documenti storici segnalano la presenza di gelsi (alimento dei bachi da seta) sulla collina di Pecetto, ai tempi borgata di Chieri. Verso la metà del 1400, il chierese Matteo di Barge si impegnò con il nobile Amedeo Broglia di lavorare per suo conto la seta che gli fosse stata fornita; pochi anni dopo, un documento certificava che Matteo Borgarello assumeva un giovane valsesiano come apprendista per l’arte “sete et texutoria”.

Nel 1490, Bianca di Monferrato, duchessa di Savoia, acquistò “foglie di moroni (gelso) per i vermi che fanno la seta” da Caterina da Pecetto; la duchessa, a Torino si occupava di seta, dall’allevamento dei bachi alla trattura e tintura dei filati, seguendo l’esempio degli Sforza che erano già attivi in questa attività redditizia nelle campagne comasche e milanesi.

Intorno al 1629 l’importazione del seme del baco era affidata ad importanti mercanti torinesi ai quali si univano spesso i commercianti-imprenditori chieresi Garagno, Bonaudo e Foassa; in quei tempi la dogana era situata a Carmagnola e alcuni documenti attestano che i fratelli Garagno importavano dalla Spagna una cassa con 170 once di semi-baco; i fratelli Antonio e Francesco Bonaudo ne importavano 400 (once) destinate nel cuneese. Finanzieri, funzionari di stato e imprenditori intuirono i grandi interessi economici che le innovazioni tecniche nel campo della seta avrebbero rappresentato in prospettiva di un buon investimento. In questo contesto, nel 1669, nel quartiere Gialdo venne assemblato un “mulino da seta alla bolognese” nella casa del conte Antonio Garagno, l’impianto si trovava nei pressi della bialera del Paratore.

Da un dipinto a tempera che raffigura l’opificio adibito a filanda dei Turinetti, intorno al 1620, si recepiscono i successivi ampliamenti edilizi laterali e verso la strada a prova dello sviluppo dell’attività bachisericola, inoltre la collina dietro gli edifici era interamente coltivata a gelso, alimento base per i bachi. Questo agglomerato di edifici è anteriore alla conosciuta Villa Moglia che sarà edificata dal 1760 per volere del conte Giuseppe Maurizio Turinetti di Pertengo, l’incarico dei lavori fu affidato all’architetto Luigi Barberis su disegni del conte Ignazio Sclopis di Borgo. Con provvedimenti ducali riguardanti la produzione di seta nel 1711, erano cresciute le “arti preziose”, terminologia moderna suggerita da Pierre Verlet per sostituire quella riduttiva di arti minori.

Il comune di Chieri nel 1741 emanò delle norme che miravano a salvaguardare l’igiene pubblica della città: edificare e gestire i filatoi in luoghi isolati e lontani, inoltre vennero adottate tutte le misure e gli accorgimenti per rispettare la vita cittadina: in effetti la trattura creava i suoi inconvenienti: il fumo che si levava dai fornelli posti sotto le caldaie dentro le quali i bozzoli si rammollivano, disturbava il vicinato, e a lungo andare danneggiava i muri divisori, le acque viscide e maleodoranti delle caldaie dovevano essere cambiate almeno tre volte al giorno, ma era indispensabile un rio o una bialera in cui gettarle, il fetore dei resti dei bachi smaltiti era insopportabile, soprattutto d’estate e appestava la zona.

A partire dal 1749 le importazioni di seta grezza dalla Cina erano state favorite dalla diminuzione dei diritti di dogana emanate dal governo inglese, effettivamente arrivi di sete orientali sui mercati europei erano già avvenuti in precedenza, ma non avevano avuto caratteristiche di continuità. Il 1766 fu un anno infausto per gli esportatori occidentali di seta: sul mercato di Londra arrivarono dal Bengala e dalla Cina la sete grezze in quantità tripla rispetto agli anni precedenti. Questa situazione causò negli ambienti commerciali e governativi reazioni vicino al panico. Sembrò a molti governi opportuno avere notizie più precise su questo fenomeno, sia per capire la qualità del prodotto orientale, nonché la capacità di trasformazione dell’industria inglese.

Il governo Sardo, prese l’iniziativa di inviare un delegato commerciale con l’incarico di redigere un rapporto sulla situazione; l’incaricato, signor Foresta, percorse quasi 1200 km nell’Inghilterra meridionale per visitare gli opifici di produzione nonché sondare le capacità dell’apparato commerciale: la relazione non fu del tutto rassicurante e coincise con l’inizio di un lento declino della produzione di seta nel regno Sardo ed anche per Chieri. Inoltre, un altro pericolo arrivava dalla Francia: il Piemonte, invaso dai francesi, con decreto napoleonico dell’aprile 1801, era diventato la 27a Divisione Militare, perdendo la possibilità di gestire una politica economica autonoma, quindi si limitò ad essere fornitore del tipo di seta richiesto dalle manifatture francesi. Di conseguenza, le attività di torcitura, tintura e tessitura vennero ridotte, creando disoccupazione, fallimenti e crisi finanziaria. Dalle Memorie Statistiche del 1802 si registrava una situazione regressiva: annualmente erano prodotte solamente 1500 libre (680 kg) di seta manufatta.

Verso la metà del 1800 a Chieri la lavorazione serica era ridotta, gli imprenditori impostarono la loro politica aziendale verso manufatti di cotone, di qualità medio-alta ed offerti ad un mercato più ampio; da segnalare invece, che Como e provincia, nello stesso periodo il comparto serico contava 45mila addette/i e 157 filande, mentre Milano e dintorni ospitavano 136 stabilimenti e 15mila addetti alla produzione della seta. Nel secolo scorso la produzione di bozzoli in Italia comincia a declinare nel periodo fra le due guerre mondiali, fin quasi a scomparire a causa di due fattori: la produzione sempre più ampia di fibre sintetiche e il cambiamento dei sistemi agricoli con il conseguente inurbamento delle famiglie contadine, attratte dall’industrializzazione. Tutti questi fattori permisero alla concorrenza estera dei paesi asiatici di diventare quasi insostituibile.

Concludo con una nota positiva, già dal giugno 2015, a Padova, è sorta una rete di imprese per ridare vita alla produzione di seta in Italia. Il progetto, finanziato dalla Regione Veneto, prende il nome “La Rinascita della Via della Seta” e nasce dall’intuizione di un’azienda orafa di Vicenza, la D’Orica, che per le sue creazioni intreccia i fili di seta con fili d’oro. La compagine si avvale della collaborazione di tre cooperative sociali: la Campoverde di Castelfranco Veneto, la Cà Comiani di Monfumo (Treviso), il Cantiere della Provvidenza di Belluno e il CRA-API di Padova, centro mondiale di gelsicoltura.

Quest’ultimo è una banca genetica che possiede e alleva 200 razze di bachi da seta e 60 varietà di gelso che vengono distribuite agli allevatori (le cooperative). Le linee guida del gruppo sono: la filiera completa, recupero storico delle conoscenze e la loro applicazione, cooperazione etica e l’autenticità territoriale, ne consegue che la seta usata (anche in oreficeria e tessuti pregiati) è stata prodotta dalle cooperative sociali, è diventa occasione di “occupazione e inclusione” sociale, garantendo il giusto compenso a tutte le persone coinvolte che hanno lavorato dal seme-baco, a tutte le fasi di lavorazione fino al prodotto finito.

 

Testo di Franco Mazzone, Carreum Potentia, Sezione G. Avezzana – attività formativa e divulgativa

 

Bibliografia:

  1. Barbero, STORIA DEL PIEMONTE dalla preistoria alla globalizzazione, 2008
  2. Chicco, La seta in Piemonte 1650-1800, 1995
  3. E. Chiri Pignocchino, in Chieri e il tessile. Vicende storiche e di lavoro dal XIII al XX secolo, 2007

 

Sitografia:

bevilacqua@luigi.bevilacqua.com

www.setaetica.it

 

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