Il Castelguelfo di Pessione – Chieri

Nella frazione Pessione di Chieri è ubicato un affascinante poco noto edificio denominato Castelguelfo. Circondato da un’alta muraglia e da alcune cascine, si presenta nell’aspetto romantico conferitogli dai restauri effettuati nel tardo Ottocento.
Esso fa parte di una sorta di “corona di castelli” attorno alla città di Chieri, tutti direttamente o indirettamente dominati dal potente comune chierese e costruiti sulle principali direttrici di comunicazione (oggi in parte ridotte a percorsi secondari):
Fontaneto, Mosi, Mosetti e Ponticelli verso Santena (strada Fontaneto),
Arignano e Moriondo verso Castelnuovo,
Pavarolo, Montaldo e Bardassano verso Gassino (strada della Rezza),
Castelguelfo e Pessione verso Poirino.
La costruzione serviva a custodire in luogo sicuro le vettovaglie e ad offrire rifugio durante il transito di armate nemiche.
L’aspetto generale induce a considerarlo opera trecentesca, anche se la più antica attestazione documentaria che lo riguardi è del 1425, quando viene citato a proposito dei confini di Chieri.
La sua funzione di castello rurale a guardia di strade e vettovaglie giustifica la quasi totale assenza di apparati decorativi, se si escludono le cornici ricavate con la disposizione a sega dei mattoni e il portale di ingresso in pietra e laterizio.
La torre, che sovrasta l’altezza del castello, sottolinea l’accesso al piccolissimo cortile interno, più tardi trasformato. Anche il vicino castello dei Mosetti presenta una torre al centro del prospetto maggiore, come i ricetti medievali (Cambiano e Poirino, ad esempio).
Torricelle angolari (dette “bertesche”) caratterizzano la costruzione, coronata da merlatura piana.
Circonda il castello un fossato alimentato dal rio che scorre nei pressi. La scarpata del muro è sottolineata da un cordolo di laterizio.
La sua trasformazione in residenza nobiliare risale al Sei – Settecento.
A metà del Cinquecento i Biscaretti di Chieri risultano consignori di Castelguelfo a partire da Bertone, che lo acquistò dai Corsando.
Nel 1748 il castello fu dei Levrotti, con il castello di Fontaneto.
Nell’Ottocento il maniero appartenne ai Baudi conti di Vesme, di Selve e di Calvignano, baroni di Belriparo, consignori di Lanerio, famiglia alessandrina con residenze a Vigone e a Torino, che aveva come motto l’espressione FIDELIS CUSTOS (custode fedele).
Proprio i Baudi dovettero modificare sensibilmente l’interno e in parte l’esterno dell’edificio, ricavando un ampio scalone nel cortiletto, illuminato da un lucernario, rifacendo ad ogiva gotica le finestre e gli infissi, introducendo nuove pavimentazioni e riarredandolo per mutarlo in comoda villa campestre. La costruzione assunse l’aspetto pittoresco e manierato che conserva ancora oggi, con un parco all’inglese e una “allea” o viale di accesso che partiva da un ingresso oggi non più in uso (gli alberi, malati, sono stati ripiantati).
La cappella sorse dopo il 1860 (nel catasto Rabbini non compare). In quell’anno la casa e le proprietà circostanti risultano di proprietà del conte Secondo Marco Carlo Vesme fu Michele Benedetto (Cuneo 1809-Torino 1877).
Costui fu un insigne giurista e studioso, autore di numerose opere storiche sull’epoca romana, il medioevo e l’età moderna, nonché di un’opera sulla Sardegna. Nell’isola la famiglia possedeva la miniera di Monteponi nella zona di Iglesias; il porto da cui partivano i carichi minerari per il continente è tuttora chiamato Portovesme in onore delle benemerenze del conte.
L’altro studioso della famiglia fu il figlio Alessandro (1854-1923), direttore della Pinacoteca di Torino, al quale si deve, tra l’altro, un monumentale studio sull’arte in Piemonte, pubblicato in quattro volumi dalla Deputazione Subalpina di Storia Patria con il titolo di Schede Vesme. La notevole mole di documenti e di testi consultata dal Vesme le rende indispensabili per accostarsi allo studio rigoroso delle vicende artistiche subalpine.
A tali personaggi si deve il recupero “in stile” di Castelguelfo che venne celebrato in un’opera pittorica di Enrico Gonin, illustratore dei castelli del Piemonte. In tale opera, diffusa attraverso stampe e cartoline, il Castelguelfo è ritratto secondo un’iconografia che ne accentua il carattere pittoresco, animato da un gruppetto in abito d’epoca che si aggira nei pressi della villa-castello.
Attualmente l’edificio appartiene a privati e non è visitabile.
Nel parco, completamente cintato ed attraversato da un ruscelletto (fonte di danni notevoli durante l’alluvione del 1994), sono da segnalare la cappella e la ghiacciaia.
La prima, a margine sul recinto Nord, si presenta a tre navate, coperta di semplici capriate lignee, con colonne a stucco. La facciata riprende le decorazioni in cotto presenti nel portale di San Domenico e nel portale e nel rosone della precettoria di San Leonardo dei cavalieri di Malta a Chieri. Le palmette e le doppie croci sono ricavate da calchi degli originali. Sulla facciata si vedono cinque suggestivi pinnacoli realizzati con mattoni arrotondati come nel San Leonardo. Erano gli anni del revival gotico che portò alla costruzione del Borgo Medievale del Valentino a Torino: i Vesme, coerentemente con la cultura dell’epoca, tesa alla riscoperta del medioevo patrio, interpretarono materialmente nella loro proprietà di Pessione tale gusto storico-artistico, facilitati dagli esempi presenti nella vicina Chieri. L’edificio è sconsacrato e purtroppo malmesso.
La ghiacciaia si trova sul lato opposto del parco: si presenta come una calotta di laterizi ricoperta di terriccio, arbusti e alberi. Un buco alla sommità consentiva di gettare al suo interno la neve e il ghiaccio utili alla conservazione delle derrate per tutto l’anno.
Una simpatica torretta con scala a chiocciola metallica sorge sul fiumicello.
Nei pressi sorge una vasto fabbricato rurale che ospitava il personale, le attrezzature e i magazzini legati alle attività agricole nelle proprietà dei Vesme.
La denominazione di Castelguelfo risalirebbe all’epoca in cui in Chieri erano rientrati i fuoriusciti ghibellini appartenenti alla consorteria dei Balbo Bertone (nel 1366).
Di essa facevano parte anche i De Ysto, che però erano guelfi. Il loro “castrum lacobi de Ysto”, da identificarsi con Castelguelfo, rimaneva, quindi, isolato tra i ghibellini castelli di Pessione e Formagerio (che ancora esistono nelle vicinanze). Questa suggestiva ipotesi formulata da Guido Vanetti pare una plausibile spiegazione dell’inconsueta denominazione (ricordiamo l’esistenza del
comune di Castelguelfo in Emilia Romagna).

 

Fonti archivistiche e bibliografiche
– Archivio Storico Comunale di Chieri, Catasto Rabbini (c. 1860), Sezione 44; Sommarione del catasto Rabbini, vol. 2, nn. 4387-4395 (il “fabbricato civile” n. 4389 è il Castelguelfo)
– A. MANNO, Il patriziato subalpino, 2, Forni, Bologna 1972 (rist. anast. Dell’ed. Civelli, Firenze 1907) voce Baudi, pp. 199 – 203
– G. M. PALUMBO, Itinerari e architetture rurali-difensive del territorio chierese. Primo approccio allo studio dell’incastellamento, in “Quaderni della sezione Piemonte e Valle d’Aosta dell’Istituto Italiano dei Castelli”, 1, Torino 1976
– A. SETTIA, L’incastellamento nel territorio chierese fra XI e XV secolo secondo le fonti scritte (Cenni), nella stessa pubblicazione
– A. CAVALLARI MURAT, Antologia monumentale di Chieri, Istituto Bancario San Paolo di Torino, Torino 1969
– G. VANETTI, Chieri e il suo territorio, Edizioni Corriere, Chieri 1995, scheda su Castelguelfo

 

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