
Oltre il vecchio ingresso del cimitero chierese, alla destra del viale principale appare un singolare tempietto, elevato in onore di Vittorio Colomiatti (Chieri 15 agosto 1848 – 29 agosto 1883), brillante anatomo-patologo scomparso a soli 35 anni di età. Nonostante le statue in marmo, la posizione preminente e l’architettura raffinata, l’edicola non mostra accenti retorici o celebrativi, nell’insieme prevale l’aspetto intimo e privato. Sotto l’erma dello scienziato si legge: «Vittorio Colomatti/anatomo patologo illustre/gli amici e colleghi/mdccclxxxiv/n. 1848 m. 1883»; ma le altre epigrafi sono a dir poco laconiche: «a/madre/esemplare/n. 1816 m. 1888», «a padre/operoso e buono/n. 20 settembre 1817 m. 29 febbraio 1892», «prelato romano/n. il 13 febbraio 1846 m. il 19 agosto 1928»; nei riquadri sottostanti compaiono i nomi «Vittorio», «Angelo», «Emanuele», il cognome della madre «Cochis», e l’intestazione della tomba «Famiglia Angelo Colomiatti». Erano di modeste origini, il padre Angelo (Chieri 1817 – Torino 1892) era fabbro ferraio, la madre Teresa Cochis (Andezeno 1816 – Torino 1888) sarta, e prima di morire lo scienziato aveva solo chiesto «gli fosse concessa un’area di tre metri per tre di lato in Campo libero» per essere sepolto «in mezzo ai suoi genitori e fratello»; è il Municipio ad assegnargli «un sito d’onore […] quello di angolo a destra del viale di mezzo di dietro alla Chiesa e andando verso la Croce centrale» (Gastaldi, 1883, pp. 66-67) .

Il 26 ottobre 1884 viene inaugurato un primo ricordo, frutto della sottoscrizione effettuata «fra colleghi, amici e discepoli del compianto Professore […] per onorarne la memoria colla erezione di un busto in Chieri, sua patria» (Gastaldi, 1883, p. 85):
«Ed io debbo adempiere al dovere di porgere […] i ben sentiti ringraziamenti al signor Giuseppe Mussino, il quale con gentile e delicato pensiero ci volle donare il modello in gesso da lui maestrevolmente fatto, e che riprodotto nello studio del valente
scultore Vergnano, con molta verità ci rappresenta le forme dell’amato estinto.» [Pescolonna, 1884, p. 5]
Lineamenti ed espressione del viso si devono quindi a Giuseppe Mussino (Torino 1857 – Chieri 1942), pittore e scultore allievo dell’Accademia Albertina, abile ritrattista e caricaturista, ma anche notabile e consigliere comunale chierese. Il modello in gesso verrà anche integrato da Lorenzo Vergnano (Cambiano 1850 – Torino 1910) per realizzare il busto di Colomiatti – gli stretti intercolumni del tempietto consentivano solo un’erma – inaugurato il 28 marzo 1886 all’Università di Torino, nel 1996 ne era stato trovato il gesso finale a Cambiano, poi perduto. Scultore abilissimo – il suo maestro Edoardo Tabacchi gli aveva commissionato, poco più che ventenne, il genio della Scienza per il monumento ai Caduti del Frejus in piazza Statuto – Vergnano non è riuscito ad acquisire una committenza stabile, e si è spesso trovato a soddisfare clienti attratti più dalle sue abilità tecniche che dalla sua sensibilità artistica, come nella tomba Pongilione al cimitero di Torino (1885), dove una miriade di oggetti minuti, tra cui una ferrovia, mortificano più validi registri espressivi. Buoni esempi della sua sensibilità artistica, sempre all’interno della mai abbandonata poetica verista, si trovano nelle prime tre tombe monumentali del cimitero di Chieri (1886): la Radino, con angelo dal viso realistico, degno del caposcuola del verismo Vincenzo Vela; la Nel, con sinuoso angelo guardiano tra i busti di Giovanni e Paolo Nel; e la Bertotti, raffinata meditazione sul gruppo della Carità educatrice di Lorenzo Bartolini in Palazzo Pitti (1835). Vergnano è anche autore della bella targa di Alberto Maso Gilli in piazza Umberto I (1895), un’altra opera sua si trova infine nel tempietto:
«Domani verrà posta sulla tomba di famiglia Angelo Colomiatti […] una bellissima statua in marmo di Carrara, ideata dal degno fratello del defunto, can. Emanuele Colomiatti, ed egregiamente eseguita dallo scultore Lorenzo Vergnano. La statua, alta metri 2,10, rappresenta il Divin Maestro che, avvolto nella sua Sindone, ritorna su la terra a prendere i fedeli per portarli con sé, giusta il versetto evangelico: Et iterum venio ad accipiam vos ad me ipsum ut ubi sum ego et vos sitis, che sta scritto su una pergamena ancora un po’ incartocciata.» [Il cittadino chierese, 26.10 1890]
Anche se un po’ danneggiata – ha perso le mani e ci sono vari piccoli danni al viso – la statua è ugualmente di un certo impatto, il Redentore avanza con passo veloce, deciso, e il panneggio del Sacro Telo, che di fronte è aderente alle linee del corpo, sul retro si gonfia in un ammasso di volute autonome di ascendenza barocca per simulare il movimento.
A maggio del 1885, quando viene richiesto il permesso di circondarlo con una cancellata poi non

realizzata, il tempietto risulta terminato; il suo disegno era stato presentato alla Giunta Comunale di Chieri il 6 giugno 1884 dallo stesso Emanuele Colomiatti (Chieri 1846 – Torino 1928), canonico del duomo di Torino e vero regista di tutta l’operazione. Notevole figura di prelato presto dimenticata, forse perché come avvocato fiscale della Curia si era strenuamente opposto alla canonizzazione di Don Bosco, Colomiatti era un cattolico intransigente, appassionato biografo dell’arcivescovo Luigi Fransoni, e studioso assiduo della Sindone, il che spiega l’insistenza su quell’inedito aspetto del Redentore. Non si conosce il progettista di questa originale edicola funebre, un tempio monoptero ottagonale dagli elementi architettonici e decorativi più alto-medievali e orientali che romanici; in una labile iscrizione, sulla base della colonna a destra dell’erma dello scienziato, sembra di poter leggere: «arch. gilli». L’indicazione porta al grande incisore Alberto Maso Gilli (Chieri 1840 – Calvi 1894), e c’è qualche elemento a favore di questa ipotesi: Gilli era persona straordinariamente poliedrica, e grande conoscitore di arredi medioevali – in quella veste nel 1884 stava lavorando al Borgo Medioevale del Valentino –, aveva inoltre dato lezioni d’incisione a Vittorio Colomiatti, che intendeva eseguire personalmente quelle del suo Trattato di anatomia patologica della pelle. Gilli era però di carattere molto schivo e modesto, difficile si firmasse architetto senza averne i titoli, per ora il problema rimane aperto.


Le erme di Teresa Cochis e Angelo Colomiatti dovrebbero essere state realizzate poco dopo la loro morte, nel 1888 e nel 1892, e come quella del figlio Vittorio non sono firmate. È probabile che il canonico si sia rivolto di nuovo a Vergnano, che in quegli anni aveva lavorato al Redentore: le tre erme sono molto simili nella qualità della pietra e in alcuni particolari di notevole difficoltà tecnica, come il sottile colletto di Vittorio, gli esili risvolti della giacca di Angelo, o la raffinata texture del velo di Teresa, tutte le espressioni sono inoltre molto raffinate e convincenti.
La quarta erma, che raffigura il canonico Colomiatti, è firmata dallo scultore Casimiro Debiaggi (Doccio 1855 – Torino 1939), ed è datata al 1918. Tardo-verista convinto Debiaggi esegue varie opere a Chieri,

tra cui i busti di Cesare Ferrati, Annetta Tabasso, Vittoria Ceppi, e Giuseppe Cerrato nel cimitero,i quattro medaglioni in bronzo sotto l’Arco, il tondo Ferrati nel Tiro a segno e il Monumento ai Caduti di Riva. L’amicizia con Guseppe Mussino, nata probabilmente sui banchi dell’Albertina, ha senz’altro contato per la sua presenza in città, ma l’ultima erma nel tempietto ha un’altra e più interessante origine. Tra i lavori di maggior prestigio eseguiti da Debiaggi c’è il bassorilievo del monumento all’arcivescovo Fransoni nel duomo di Torino, terminato nel 1901. Dell’opera si era occupato direttamente il canonico Colomiatti, dettandone personalmente il programma iconografico – la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione – e Debiaggi aveva soddisfatto a tutte le aspettative, tanto che nella biografia di Fransoni il canonico riporta un articolo dell’Italia Reale con i più grandi complimenti per lo scultore. Debiaggi aveva quindi avuto a che fare a lungo col personaggio da rappresentare, e in effetti il ritratto del severo e intransigente canonico è estremamente efficace: perfettamente composto, perfino un po’ rigido, quasi ieratico, lo sguardo rivolto più al cielo che alla terra, pare quasi di poterlo immaginare all’Esposizione di Arte Sacra del 1898, quando, durante l’ostensione della “sua” Sindone, «colla sua voce limpida e chiara, pronuncia la formola di scomunica per chiunque osasse, anche solo per devozione, toccare la Santa Reliquia.» [Arte Sacra, p. 91]
Per Carreum Potentia, Filippo Morgantini.
Fonti e bibliografia:
– Archivio Storico Comunale di Chieri: Verbali delle sedute del Consiglio e della Giunta Comunale, 1883-1885.
– www.familyserch.it: stato civile di Chieri, 1866-1929, e di Torino, 1866-1899; Diocesi di Torino, registri parrocchiali, 1801-1899.
– Periodici consultati: «L’Alfiere»; «L’Arco»; «Il cittadino chierese»; «San Giorgio».
– Arte Sacra. Esposizione italiana 1898. Missioni cattoliche centenari religiosi, Roux Frassati & C°, Torino 1898.
– Augusta Taurinorum: Torino illustrata nelle sue cose e nei suoi cittadini, Ernesto Marini, Torino, 1901 (p. 213 su Giuseppe Mussino).
– Emanuele Colomiatti, Mons. Luigi dei Marchesi Fransoni arcivescovo di Torino […], Derossi, Torino, 1902.
– Lo scultore Casimiro Debiaggi a centocinquant’anni dalla nascita (1855-2005) : la personalità e l’opera artistica, atti del convegno, Varallo, 10 settembre 2005, a cura di Casimiro Debiaggi junior e Franca Tonella Regis «De Valle Sicida, 1/2006», Società Valsesiana di Cultura, Borgosesia, 2007.
– Lorenzo Vergnano e Onorio Mosso. Da Cambiano alla Francia e all’Argentina. Artisti emigrati ai tempi di Giacomo Grosso, a cura di Liliana Pittarello, Gaidano & Matta snc, Chieri, 2021.
– Carlo Giuseppe Gastaldi, Ai genitori e fratello del compianto Cav. Vittorio Colomiatti, Candeletti, Torino, 1883.
– Felice Pescolonna, Inaugurandosi nel cimitero di Chieri a dì 26 ottobre 1884 dagli amici ed ammiratori un busto a Vittorio Colomiatti. Tipografia Salesiana, Torino, 1884.
Per Carreum Potentia, Filippo Morgantini.