La caduta nel pozzo narrata dalla famiglia Vergnano

(narrazione del salvamento operato da Secondo Caselle)

Il comm. Carlo Vergnano aveva acquistato Villa Gonella (oggi San Carlo) in via S. Agostino, dove risiedeva con la numerosa famiglia.

In mezzo al prato (oggi campo da calcio) c’era un pozzo, che fungeva da frigorifero. Verso le 18:00 il cibo per la cena e I’acqua fresca venivano prelevati dalla sorella più anziana, Saveria, e dalla donna di servizio, Angiolina. L’imboccatura del pozzo era coperta da un asse.

Il 23 agosto 1933, Carmela di 8 anni, Stanislao 7 e Tarcisio 5, si avvicinarono al pozzo prima delle 18:00. Carmela suggerì un nuovo gioco. tirare su il secchiello fino alla carrucola, salire sul parapetto e cercare di toccarlo. Carmela e Stanislao dissero a Tarcisio: «Toccalo se sei capace».

Tarcisio si arrampicò sul parapetto, mise le gambe sull’asse che copriva l’imboccatura e si accinse a spiccare il salto. Ma l’asse, vecchio e sempre esposto alle intemperie, non resse il suo peso e Tarcisio, col coperchio, cadde nel pozzo. 13/14 metri di vuoto e 9 metri di acqua. Per fortuna Tarcisio cadde dritto e non sbatté contro le pareti. Il coperchio di legno rimase a galla e Tarcisio vi si aggrappò e comincio a sbattere le gambe, come aveva sentito che bisogna fare per nuotare. Intanto guardava in alto e l’apertura del pozzo gli sembrava una grossa stella. La sua paura era che comparisse la bestia nera che i genitori dicevano fosse nel pozzo, per tenerne i bambini lontani.

Fotografia del pozzo.

Carmela e Stanislao, spaventati, corsero dalla mamma a dire che avevano ucciso Tarcisio. La mamma, dapprima Ii rimproverò dicendo che non dovevano dire quelle stupidaggini, ma poi capì che cosa era effettivamente successo.

La sorella Maria Teresa, sentito dell’accaduto, corse alla finestra a chiedere aiuto. In quel momento il diciannovenne Secondino Caselle stava attingendo acqua al pozzo, ora chiuso, che si trovava in via S. Agostino a destra del cancello, accessibile anche dalla strada e usato dagli abitanti della zona. Arrivarono in aiuto uomini che si trovavano nei pressi, cercarono una corda e Secondino si fece legare per scendere nel pozzo. Raggiunto Tarcisio Io prese per una gamba (come venivano portate le galline al mercato) e cominciò la risalita. A metà percorso gridò ai soccorritori di fermarsi, poi girò Tarcisio, e piegata una gamba, Io sedette sopra.

Arrivati in superficie, adagiarono Tarcisio sul prato e gli praticarono la respirazione artificiale per fargli espellere l’acqua che aveva bevuto. Tarcisio, appena vide la mamma le disse: «Hai detto una bugia, nel pozzo non c’è nessuna bestia nera». Arrivò il dott. Polledro (il medico di famiglia dott. Canepa non era reperibile), che ordinò di mettere Tarcisio a letto e di tenerlo al caldo. Riempirono molte bottiglie di acqua calda e gliele misero intorno al corpo. La mattina dopo arrivò il dott. Canepa, ma Tarcisio non era più a letto: rastrellava foglie in giardino.

Papà Carlo, che al momento dell’incidente era al lavoro nella fabbrica di viale Fasano, si precipitò a casa e fece il voto di portare Tarcisio a Lourdes se si fosse salvato. E questo voto Io ricordò sul letto di morte, il 15 marzo 1936, quando con l’aiuto della moglie benedisse e impose la mano sul capo di ognuno dei figli, e disse «Ricordati, Flaminia, di portare Tarcisio a Lourdes».

Questo, a causa della guerra e delle difficoltà economiche, avvenne solo molti anni più tardi, nel 1954.

È chiaro che i rapporti con Secondino rimasero sempre molto cordiali. Secondino Caselle fu testimone alle nozze di Tarcisio con Gianna, che ebbe come testimone il cugino Gianni Bartoli, famoso sindaco di Trieste nel primo dopoguerra.

Per Carreum Potentia, Alarico Vanzo

Tratto dai ricordi della famiglia Tarcisio Vergnano.

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