La polvere negli occhi e il fango sulle scarpe

Foto chiesa della Beata Vergine di Loreto, anche conosciuta come cappella dei Santi Pietro e Paolo.

Mi capita spesso di leggere sui giornali o sentire direttamente persone che commentano il cattivo stato di manutenzione delle strade della nostra Chieri.

Come poter dar loro torto!

Questa discussione è certamente favorita dalla presenza, non solo di buche e rattoppi improbabili, ma dal proliferare di tanti dossi (secondo qualcuno anche troppi) lungo le strade cittadine.

Tutto questo mi ha portato a riflettere ancora una volta sulla mia infanzia vissuta, come tanti della mia età, anche lungo la strada. Ma questa mia affermazione va considerata nell’accezione più nobile e bella del suo significato.

La strada, la mia strada, quella strada dove sono nato e dove abito ancora oggi, quella strada che faccio fatica a chiamare con il suo nome.

Già, via Anselmo Montù, quella che per me da quando sono nato era strada Vecchia di Riva. Ebbene, quella strada rimane parte della mia vita e come succede, credo a tanti della mia età, rimane una delle parti più densa di felici ricordi.

Come ho già scritto in un altro dei miei racconti, per noi bambini e ragazzi degli anni Sessanta, questa nostra via aveva sicuramente un confine iniziale certo e ben chiaro che segnava il limite della vera città. Era rappresentato dalla chiesetta della Beata Vergine di Loreto o per noi tutti quella dei Santi Pietro Paolo che, ancor oggi, ogni qualvolta arrivando dal centro la vedo, fa crescere in me la sensazione di essere già a casa; la sua vista mi suggerisce la certezza di essere in un luogo che amo profondamente e che mi fa scaturire tanti ricordi e perché no, un po’ di dolce nostalgia.

L’altro limite della via ha sempre rappresentato per noi marmocchi un punto lontano, irraggiungibile e magico.

Foto Mulino della Torre, presso strada Vecchia di Riva.

Ci raccontavano i “grandi” che oltre le cascine di Bertino e Gilli non c’erano più case, o forse ancora una… Vedevamo passare i camion della raccolta rifiuti che andavano al centro raccolta ISPA, che dicevano essere oltre quella misteriosa ultima casa. Ma nessuno di noi bambini si era mai spinto oltre le due cascine. Limite considerato invalicabile dai nostri genitori e che nessuno di noi avrebbe mai osato oltrepassare. Infine si raccontava di strane presenze che apparivano all’imbrunire nei pressi di un misterioso castello che doveva trovarsi alle porte di Riva.

Poi venne il giorno in cui papà mi disse se volevo accompagnarlo a Riva con la vecchia 500 blu, ricordo che si trattava di andare a prendere il mangime per le nostre galline. In un balzo ero seduto sul sedile posteriore e quando papà oltrepasso le cascine il mio sguardo trasalì.

Tutti i racconti erano veri! C’era la misteriosa ultima casa, era anch’essa una cascina, e c’era la discarica dei rifiuti con il suo olezzo sgradevole che si insinuava nell’abitacolo anche con i finestrini chiusi e poi, dopo qualche minuto, vidi apparire il misterioso maniero che papà mi disse chiamarsi Castello della Torre con a fianco il rio che, nel superarlo, ebbi la sensazione di passare su di un ponte levatoio. E appena oltre le prime case di Riva.

Strada Vecchia di Riva, la mia strada, mi aveva finalmente svelato quale fosse anche il secondo limite del mio piccolo mondo di allora.

Quella strada che da quel giorno mi faceva meno paura. Quella vecchia strada, ovviamente allora non asfaltata, così sconnessa e malandata, piena di polvere d’estate e di fango e neve in inverno, divenne un luogo da scoprire, uno spazio da vivere ogni qualvolta ci veniva concesso.

Ogni giorno quel mondo si apriva ai nostri occhi desiderosi di nuove sfide e nuove conquiste.

Verso sera uno stuolo festoso di bambini e di giovincelli tornavano da “giù d’Riva” dopo un’altra giornata che ci appariva unica e indimenticabile.

Chi a piedi, chi con la bicicletta per mano avendo bucato per l’ennesima volta, chi calciando un pallone pochi passi avanti per tutto il tragitto. Ricordo le mamme lungo la via a controllare l’arrivo dell’allegra e rumorosa comitiva.

Ricordo con gioia e con qualche malcelata nostalgia quei pomeriggi lungo la strada. Ricordo ogni atteggiamento di innocente malizia e ogni gesto di vera, sincera, complice amicizia. Nessuno di quei bambini di tanto tempo fa ha perso la via. Siamo diventati tutti “grandi” sapendo ognuno di noi quale fossero i confini che la vita ci chiedeva di rispettare.

Tutto vorrei ricordare di quella strada di allora.

Anche la polvere negli occhi e il fango sulle scarpe!

Per Carreum Potentia, Cavaglià Vanni
– nato e residente in strada Vecchia di Riva

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