Le nostre ferie in un giorno…Vacanze agostane

La sveglia in alcune domeniche mattina d’estate era pressappoco uguale ad un giorno di scuola, ovvero verso le 7!

Ma le attese erano decisamente diverse…

La sera del sabato, su quel luogo magico e unico che era Il Cantun del nostro borgo, si era decisa la meta di quella che doveva essere la prima gita domenicale a cui partecipavano tutti i componenti del vicinato.

Si trattava di un rito consolidato e regolato dall’insindacabile giudizio dei possessori di patente di guida.

E non si pensi assolutamente di trattarsi di bieco dispotismo maschile, difatti oltre a poter contare su tre autisti maschi, e cioè Sistu, Pierin e Giuanin (mio papà), il gruppo poteva vantare di avere due provette pilote: Maria e Lucia, che a detta delle altre signore «guidano molto meglio degli altri».

Per precisione anche Ottorino aveva la patente, ma la sua esperienza di guida era limitata al raggiungere con la sua Giardinetta solo le tampe vicino a Poirino, per pescare tinche e rane, e quindi non era annoverato tra i conducenti abilitati!

In effetti al sabato sera restava solo da scegliere la meta del periglioso e lungo viaggio domenicale, in quanto la decisione se fare o meno la gita doveva essere presa già entro il giovedì sera.

Questo per permettere alle mogli di acquistare al mercato del venerdì tutto il cibo necessario al picnic. E il picnic rappresentava il momento culminante di quelle meravigliose ferie domenicali.

Le destinazioni erano obbligatoriamente di montagna «per prendere il fresco», ed erano sostanzialmente tre e ben motivate:

Salice d’Ulzio, perché due vicini mandavano le figlie alla colonia estiva della Martini & Rossi e ne decantavano l’eleganza del paese.

Pragelato, perché un cognato di Pierin aveva una casa lì e c’era un bellissimo campo di giacinti, inoltre ci si poteva fermare a Pinerolo al negozio della Albergian a comprare il Genepy e le caramelle alle erbe.

Ghigo di Prali, perché sia mio papà che Sisto avevano iniziato la guerra in quelle zone di confine con la Francia e serbavano tanti ricordi.

Questo fatto, ovvero che su cinque autisti ben due potevano vantare conoscenza diretta di prati, alberi ombrosi e soprattutto freschi ruscelli in cui tenere a fresco il vino, portava ad andare a Ghigo almeno due se non tre volte per estate.

L’orario era canonizzato in base non solo alla distanza dalla meta finale, ma anche se lungo il tragitto ci fosse stato modo e luogo per fermarsi dopo un’oretta per una meritata e direi non frugale colazione.

Il necessario per questa fondamentale prima tappa era da tenersi a portata di mano in auto e non nel baule che era già stipato da tavolini pieghevoli, seggioline, coperte per sedersi e maglioni pesanti.

Maglioni pesanti in agosto in quanto mi si diceva che in montagna il tempo cambia in un attimo e ci si ricordava di quella volta che a Bardonecchia a Ferragosto, era venuto così brutto che pensavamo dovesse solo più nevicare!!

Arrivati a destinazione si cercava per prima cosa di capire se c’era la possibilità di andare a messa e poi si ricercava il luogo più adatto per la sistemazione delle circa quindici persone partecipanti all’ invasione del piccolo borgo montano.

Individuato con scrupolo lo spazio (assolutamente senza rovinare l’erba da taglio!), si procedeva a sistemare tavolini e sedie avendo avuto innanzi tutto cura di calare nel ruscello le bottiglie di vino.

Compito di noi bambini era di sistemare pietre e rami in modo che la corrente non portasse via il tutto. Compito delle mamme quello di asciugarci prima del pranzo!

Ricordo decine di “grilet” apparire su quei tavolini tutti addobbati con tovaglie rosse e bianche.

Tutto il campionario degli antipasti piemontesi faceva bella mostra in quei pranzi all’aperto… Unico obbligo assaggiare tutto quanto era stato portato dagli altri. Sino al tocco finale…bistecca impanata fredda. Una vera delizia!

Le parole che più riassumono quelle giornate agostane in compagnia sono: serenità, allegria, condivisione, amicizia vera.

Sono stati d’animo, sono dei sentimenti che ricordo con tanta gioia.

Sono valori che il mondo d’oggi ha in parte perso o cosa ancor più grave, mai vissuto.

Molte volte mi è capitato di pensare che il trascorrere quei momenti, vivere quelle esperienze di legami semplici e forti insieme, siano state per me una scuola di vita. E forse mi hanno reso un uomo che vuole ancora vivere la vita con gli occhi di quel bambino che ero.

Un bambino che ancora oggi guarda attento lo scorrere dei giorni come fossero i flutti impetuosi di quel torrente di montagna, affinché la corrente della vita non gli porti via la bottiglia dei ricordi.

Per Carreum Potentia, Cavaglià Vanni

Tratto a ricordo delle ferie degli anni 60.

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