Maestri Severi

Riproduzione fotografica: scuola 1900, classe elementare femminili. Prop. Martinet M.J.

Quello che ai nostri tempi è considerato il coronamento obbligato di una impostazione pedagogico-didattica della scuola dell’obbligo, tesa a “non lasciare indietro nessuno”, non era all’inizio del secolo scorso la principale preoccupazione di chi lavorava nella scuola.

Lo era invece per le famiglie di quei ragazzi che non seguivano il passo dei loro insegnanti e dei loro compagni più bravi. Le cronache di inizio Novecento ci hanno lasciato delle testimonianze dalle quali emergono nei genitori un’acuta percezione del problema e, da parte delle autorità scolastiche, la dichiarata volontà di risolverlo, peraltro non accompagnata da una precisa analisi delle sue cause. Ne troviamo conferma in alcuni articoli del giornale “L’Arco”.

Nell’estate del 1908 «alcune madri di famiglia» lamentano di aver coltivato la speranza di veder promossi i propri figli, «incoraggiate» dalle «soddisfacenti» valutazioni intermedie. Ma le cose non sono andate come si aspettavano, e non è la prima volta:

«Vi sono dei bocciati che ripetono tre anni la prima classe e pure hanno ogni pagina dei loro quaderni con dei bei voti, dei 9 e dei 10. La bocciatura loro toglie ogni affetto alla scuola e si risolve in un ostacolo al raggiungimento dei santi scopi della legge sull’istruzione obbligatoria».

Per questo chiedono al Comune di «provvedere durante le vacanze ad una scuola gratuita di preparazione agli esami di ottobre», ritenendo che sia questo «il miglior modo di favorire l’istruzione del popolo».

Tre anni dopo, alla fine di luglio del 1911, tocca ad «alcuni padri di famiglia» segnalare con una lettera al giornale “L’Arco” il caso clamoroso di un’intera classe femminile che non ha superato l’esame di compimento.

«Nelle nostre scuole elementari comunali si è verificato quest’anno un fatto nuovo che crediamo non sia mai successo in passato. Nemmeno un’allieva di un’intera classe, che è la terza della signorina maestra Burio, è stata promossa agli esami finali! Non è ammissibile che, su 45 allieve circa, non una avesse quel po’ d’intelligenza aperta da apprendere quanto è necessario per superare l’esame di proscioglimento. Che ne dicono le autorità municipali e scolastiche cui incombe il dovere di provvedere seriamente all’istruzione elementare? Che ne dice l’egregio direttore didattico, il quale per l’ufficio suo conosce da vicino le nostre scuole? Ci pare intanto che sia necessario istituire una classe estiva per riparare al danno di tante famiglie».

Riproduzione fotografica: scuola 1910, classe elementare maschile . Prop. Pangella T.

Sul numero successivo del 5 agosto viene data ospitalità a una lettera del direttore didattico G. Rigo, al quale la redazione de “L’Arco” fa seguire un breve commento. L’una e l’altro fanno capire che il problema non è circoscritto alla sola classe della maestra Burio, ma sulle cause non si spingono oltre qualche vaga allusione e si limitano ad auspicare futuri interventi dell’autorità scolastica, su cui peraltro il direttore Rigo non nasconde il proprio scetticismo.

«Il caso è di una gravità eccezionale ed io ringrazio la S.V. di avermi dato occasione di fare alla molto buona popolazione chierese alcune dichiarazioni in proposito. Limitandomi a quel poco che il dovere professionale mi permette di dire, è necessario che si sappia che l’esito negativo degli esami era prevedibile e fu da me preveduto. E ciò è tanto vero che, vedendo insufficienti le numerose relazioni da me fatte sull’andamento di alcune classi, dopo insistenti richieste, ottenni finalmente la visita del E. Ispettore scolastico il quale assisté egli stesso alle prove orali per la classe della signora Burio. Ciò io feci a scarico di ogni mia responsabilità e perché anche l’autorità governativa avesse a farsi un giusto concetto su certi ameni e comodi sistemi di curare gli interessi della scuola. Nella mia relazione annuale ho ora invocato dall’autorità competente una seria inchiesta su questa e su altre curiose anomalie che gettano un’ombra di discredito sul nostro corpo insegnante, nella grande maggioranza ottimo e volenteroso. La otterrò? Io ne dubito ancora, perché là ove non si volle prevenire, non si vorrà forse reprimere. In qualunque modo, posso assicurare la molto buona popolazione chierese che io ho fatto il mio dovere e saprò farlo ancora a qualunque costo per il solo bene delle nostre scuole».

La severità dei maestri era un problema che gli organi preposti al controllo dei metodi di insegnamento dovevano affrontare spesso. Anche se gli ispettori delle elementari non registrano quasi mai punizioni corporali, un regolamento del 1860 prescrive le punizioni da infliggere: gli allievi indocili, oltre che sospesi ed espulsi, potevano essere battuti con la verga soprattutto sulle mani, costretti a stare in ginocchio sul pavimento sparso di sassetti, a eseguire lunghi e faticosi pensi (compiti punitivi), a stare rinchiusi in stanzini o su panche di isolamento.

Si leggono ne “L’Arco” le cause della severità dei maestri:

«L’insofferenza nei riguardi dell’infanzia, la sua irrequietezza e indocilità. Classi sovraffollate e inadatte a fare scuola… scuole uniche dove per mancanza di insegnanti e scarsità di risorse si ritrovano alunni di anni differenti… ambienti angusti, insalubri e senza luce, sporchi… bambini malnutriti e laceri, soprattutto nelle scuole rurali… la fatica di imparare una lingua diversa da quella materna».

Per Carreum Potentia, Rosanna Perilongo

Bibliografia:

R. Perilongo, Dal calamaio al tablet. La scuola a Chieri tra passato e presente: documenti, ricordi e testimonianze, Ed. Gaiano & Matta, Chieri, 2022.

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