Studi sulla pittura chierese del Quattrocento – 1ª parte

Pittore jaqueriano, Adorazione dei Magi, 1425-1430 circa. Chieri, Collegiata di Santa Maria della Scala, cappella Tabussi.

Per qualsiasi amante o studioso della pittura (e non solo) tardomedievale, la città di Chieri e il suo territorio offrono un’esperienza di certo rilevante, che risulta oggi assai più preziosa se teniamo a mente quante maggiori furono le perdite subite da altre città piemontesi, come le vicine Torino e Asti. E se oggi possiamo affermare di conoscere, in qualche misura, le vicende della pittura del Quattrocento nel Chierese, il merito va ricondotto ai diversi studi di storici dell’arte, affiancati da appassionati studiosi cittadini, che si sono susseguiti soprattutto negli ultimi decenni.

Non sarà semplice compendiare in poche righe le vicende relative alla “fortuna” che la pittura quattrocentesca a Chieri, in relazione all’evoluzione degli studi sull’arte piemontese, ha trovato tra le pagine degli studiosi a partire dal secondo Settecento. Nel 1776, il bolognese Francesco Bartoli (1745-1806), seguito da Guglielmo della Valle (1745 circa-1805) e Luigi Lanzi (1732-1810), questi ultimi da considerarsi tra i padri della moderna storia dell’arte, spesero brevi parole su alcune opere d’arte chieresi databili tra Tre e Quattrocento, buona parte delle quali andate perdute (come una pala d’altare firmata da un certo “Raimundus Neapolitanus”, già nella chiesa di San Francesco). Solo alcuni accenni dunque, e si dovette attendere la fine del secolo successivo perché la conoscenza del patrimonio storico-artistico chierese in generale potesse avvalersi di un contributo ancora oggi imprescindibile per gli studi: le Memorie storico-religiose e di belle arti di Antonio Bosio (1811-1880), padre rosminiano nato a Padova, ma ligure di origine. La capillare ricerca documentaria svolta dal religioso aveva infatti permesso di presentare una grande mole di informazioni documentarie. Fu, ad esempio, lui a ritrovare il documento, ora perduto, del passaggio di patronato del battistero della Collegiata di Santa Maria della Scala a Nicolao Tana nel 1432, consentendo in seguito di associare a questo evento la realizzazione degli affreschi, che ora sappiamo realizzati da Guglielmetto Fantini. Ma al contempo, negli anni in cui scriveva Bosio, la conoscenza dell’arte quattrocentesca chierese e piemontese era ad uno stato embrionale, e lo dimostrano le stesse considerazioni del padre rosminiano quando proponeva un’attribuzione a un pittore tedesco per gli affreschi del battistero (va comunque ricordato come questi fossero però deturpati da ridipinture moderne). Tra la fine del XIX e l’inizio del secolo successivo, le nebbie su questo periodo della nostra arte regionale si iniziavano via via a diradare, anche grazie a fortunati ritrovamenti di esempi pittorici e di nuovi documenti. A tal proposito, è emblematico come, alla scoperta di numerose informazioni documentarie sulla famiglia torinese dei pittori Jaquerio, pubblicate da Ferdinando Rondolino nel 1901, seguisse il ritrovamento nel 1914 degli affreschi firmati da Giacomo Jaquerio, presso il presbiterio dell’abbazia di Sant’Antonio di Ranverso. Su questa scia, nel 1936 l’allora funzionaria di Soprintendenza Noemi Gabrielli pubblicò un saggio dedicato alla presenza delle opere d’arte provenienti dalle Fiandre legate a Chieri e alle famiglie chieresi. Tre anni dopo, nel volume sulla Collegiata chierese curato da Eugenio Olivero, la stessa studiosa per la prima volta riconosceva un legame delle pitture del battistero con l’arte jaqueriana.

Guglielmetto Fantini, I quattro Evangelisti al lavoro, 1440 circa. Pecetto Torinese, chiesa di San Sebastiano,

Seguirono poi degli studi specifici su due importanti esempi pittorici cittadini che erano rimasti fino ad allora nell’ombra: l’Annunciazione realizzata nel 1469 e conservata presso l’omonimo santuario chierese, analizzata nel 1941 da Anna Maria Brizio, che ne sottolineò i legami con l’arte oltralpina; e gli affreschi della cappella di Guglielmo Gallieri, presso il campanile di Santa Maria della Scala, attribuiti ad un pittore attivo in Lombardia da Roberto Carità nel 1956. Nonostante questo rinnovato interesse per l’arte chierese del Quattrocento, essa non trovò molto spazio in alcuni contributi di più ampio respiro dedicati all’arte piemontese. Solo nel 1969, un primo compendio dell’arte e dell’architettura cittadina, ma con poche novità sulla pittura quattrocentesca, venne presentato da Augusto Cavallari Murat nel suo volume Antologia monumentale chierese.

Dieci anni più tardi, la mostra su Giacomo Jaquerio e il Gotico Internazionale, curata dai compianti Enrico Castelnuovo e Giovanni Romano, segnò una prima svolta negli studi sull’arte tardogotica nelle Alpi occidentali. E fu proprio in questa occasione che, oltre ad approfondimenti più attenti sulle pitture della cappella Gallieri (P. Gaglia) o di San Sebastiano a Pecetto (E. Rossetti Brezzi), si riunì attorno al nome di comodo di “Maestro di San Sebastiano a Pecetto” un gruppo di dipinti su tavola e affreschi. Pochi anni dopo, nel 1984, Mauro Natale pubblicò un’opera dello stesso pittore, comparsa sul mercato antiquario e subito acquistata dal Museo Civico di Torino di Palazzo Madama, che in basso riportava la firma dell’artista: Guglielmo da Chieri. Si era così scoperto il nome di uno dei protagonisti dell’arte cittadina del Quattrocento, le cui successive ricerche di Secondo Caselle permisero di chiarirne il cognome (Fantini), gli anni della sua attività (tra il secondo quarto del XV secolo e il 1466 circa) e la parentela con un altro pittore, suo zio Giovanni. Le scoperte del già sindaco di Chieri, in parte anticipate nel volume sul “Duomo” del 1986, vennero rese note nel libro Arte del Quattrocento a Chieri, a cura di Michela di Macco e Giovanni Romano del 1989. Oltre agli illuminanti saggi dei curatori, in questo lavoro vennero riassunte le ricerche di Cecilia Ghibaudi e Riccardo Passoni, rispettivamente dedicate alle opere d’arte documentate nelle chiese chieresi nei secoli passati e sulle opere fiamminghe legate alla città. Ancora oggi questo studio, realizzato in occasione dei restauri di tre tra le più importanti opere chieresi (la Madonna col Bambino della ghimberga della Collegiata, gli affreschi e la pala del battistero), rimane il più completo contributo all’arte del XV secolo a Chieri.

Tale volume si poneva quasi ad ideale coronamento di un decennio particolarmente fortunato e che aveva visto anche riapparire nel 1981 parte degli affreschi della cappella Tabussi in Collegiata, già menzionati dal Bosio e fino ad allora coperti da un dipinto di Francesco Fea. Nel 1985, anche le pitture murali della cappella Villa e della precettoria di San Leonardo (o meglio, forse della cappella di Santa Croce) poterono godere di una prima e valida lettura critica, ad opera di Cecilia Ghibaudi, che ebbe modo di chiarire anche l’attività del Maestro della cappella Gallieri (a cui Giovanni Romano attribuiva la Madonna del Latte sul primo pilastro di sinistra nella chiesa di San Domenico).

Simone Bonicatto per Carreum Potentia

Estratto dalla tesi di dottorato in Storia dell’Arte.

 

 

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