Tessere e Parole

Ël saot ‘nt ël chèr in piazza Duomo a Chieri.

Chieri conta, nella sua toponomastica, vie, vicoli e piazze legati al tessile: Via della Faitéria (oggi non c’è più), Via dell’Imbiancheria, Via della Gualderia, Vicolo del Gualdo, Vicolo della Conceria, Vicolo mozzo Tintori, Piazza Gialdo. Inoltre un tempo Vicolo Santo Stefano era soprannominato “Via (giù) dij curdé”, dove i cordai con i loro torcitori si mettevano da un capo all’altro della via, in salita, e torcevano le loro corde; il mercato di Piazza Cavour era chiamato il mercato delle stoffe.

E tra i più di mille soprannomi (stranòm) in uso nella nostra città alcuni erano legati al tessile: ad esempio, i tessitori ancora oggi si fanno chiamare mangiagrop, i caricatelai s-ciancabolon. Troviamo inoltre soprannomi come burlòt (dai pilucchi che fa la stoffa sottoposta a sfregamento), campion (operaio che preparava i campioni in tessitura), piombin (dal pezzo del telaio).

La tessitura segna anche le feste: durante i festeggiamenti della Madonna delle Grazie e dei santi Giuliano e Basilissa, i Chieresi usano ancora oggi declamare su un carro poesie satiriche (stranòt), sugli amministratori, i cittadini importanti, ma anche su aspetti della vita quotidiana. Lo chiamano Ël saot ‘nt ël chèr (il salto sul carro).

STRANÒT sulla TESSITURA

Ër paisan d’ant s’el chèr a dis:

s’a fussa nen nojàutri paisan

chi sudoma a sëmné l’erba

ch’a fa ër gran,

come fariu vojàutri a mangé pan?

E l’autr sota a-j fa:

ma s’a fussa nen nojàutri tëssiù

patanù j marcé incor

e mustrij anca i fior!

En s’el chèr!

(Traduzione: “Il contadino da sopra il carro dice:/ se non ci fossimo noialtri contadini/ che sudiamo a seminare l’erba/che fa il grano,/ come fareste voialtri a mangiare pane?/ e l’altro sotto gli fa (risponde):/ma se non ci fossimo noialtri tessitori/ nudi camminereste ancora/ e mostrereste anche i “fiori”!/ Sul carro!”).

Infine, non dobbiamo dimenticare i modi di dire tipici del tessile della nostra città (raccolti da Armando Brunetti):

A fòrsa ëd suvé dij pivò, a l’avia tuta la camisòla pretà: a forza di … , aveva tutta la camiciola apprettata. Detto di ragazza leggera.

A l’è come un bambas da lum che s’a fa nen ciair a fa fum: è come lo stoppino da lume che se non fa chiaro fa fumo. Detto di operaio che, se non lavora, non produce.

A l’è pi nen ël temp che Berta a filava: non è più il tempo che Berta filava. Ad indicare la fatica del lavoro di una volta.

A l’è un cusi da cròch tiré la gucia sensa grop: è un cucire da sciocchi tirare l’ago senza aver fatto prima il nodo.

Al ciair dla candèila la canavassa a smija tèila: al chiaro della candela un tessuto poco pregiato sembra una tela.

Al sartor pòver a se stòrz la gucia: al sarto povero si piega l’ago (in altre parole, piove sempre sul bagnato).

A tèila ordia Nòsgnor a-j manda ‘l fil: a tela ordita Nostro Signore manda il filo (aiutati che il ciel t’aiuta).

Bòrgno ‘n s’la bara: cieco sulla bara. Segno di fine pezza usato per indicare una donna giunta al momento di avere famiglia.

Bati ‘l cartlon bianch: battere il cartone bianco, cioè essere pigri. Nelle macchine jacquard, quando si trova il cartone bianco, i fili non lavorano.

Buta giù ‘l ròlo: finire il cavo ordito. Si usava dire così anche quando nasceva un figlio.

Ch’a intra nen tra fus e ròca chi ch’a veul nen essi filà: non entri tra fuso e conocchia chi non vuol essere filato, cioè: tra moglie e marito non mettere il dito.

Chi ch’a l’a pi ëd fil a fa pi tèila: chi ha più filo fa più tela, chi ha più denaro ha più possibilità.

Chi a veul avèj bon-a tèila ëd lin, ch’a ordissa gròss e ch’a tëssa fin: chi vuole avere buona tela di lino, ordisca grande e tessa lino, cioè s’impegni al meglio.

Chi ch’a tèn ‘l rastel a l’è col ch’a comanda: chi tiene il pettine è quello che comanda; indica chi ha mansioni importanti.

Chi ch’a fila a l’a una camisa, chi a fila nen a n’a doi: chi fila ha una camicia, chi non fila ne ha due; ad indicare che il lavoro del filatore è poco redditizio.

Essi padron dla ciav dij canaveui: esser padroni di niente. I canaveui sono lo scarto delle canne di canapa.

Fé le spòle: avvolgere il filo sulle spole, cioè far le fusa.

Fé le spole fin-e: avvolgere il filo sulle spole fini, cioè essere prudenti.

Giué a fé ël vindo: giocare a fare l’arcolaio, cioè girare intorno ad un argomento.

Le braje ëd tèila a van sempi an aria: le braghe di tela vanno sempre in aria (essere superficiali).

Lengua da filoira: lingua da filatrice, che parla molto, perché non deve concentrarsi.

Mecanica ch’a picòta: meccanica che sbaglia, impazzisce; frase usata ancora oggi per indicare la macchina jacquard che non prende tutti i fili. Detto per persona sfaticata o malata di mente.

Na testa ch’a va bin a fé un pé ëd vindo: una testa che serve a fare il piede dell’arcolaio. Detto di persona testarda.

Porta giù ‘l navëtte: metti giù le navette: Era la frase che si diceva all’operaio del telaio a mano quando veniva licenziato, oppure quando era ormai troppo vecchio per lavorare.

Smijé e nen essi a l’è com ‘n ordì sensa tessi: sembrare e non essere è come un ordito senza tessitura.

Taca ‘l piomb e peui t’arcuri: attacchi il piombo e poi vai indietro, ricominci da capo. (I piombi venivano usati per segnare la fine del disegno nella stoffa).

Per Carreum Potentia, Rosanna Perilongo.

Fonte: AA.VV, Chieri e il Tessile, vicende storiche e di lavoro dal XII al XX secolo, Chieri, 2007.

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