Un’intervista a Beppe Ferrero – 2ª puntata

Altri ricordi d’infanzia: piazza Silvio Pellico, via dei Mulini

Domanda. Dunque, caro Beppe, sei nato in via della Circonvallazione, che poi prese il nome di via Val Cismon in onore del conte Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, uno dei “quadrunviri” del Fascismo, e che oggi si chiama viale Francesco Fasano. Hai abitato a lungo in quella casa?

Beppe. No. Nel 1932 il padrone di casa che c’era in via Val Cismon l’ha venduta e allora noi abbiamo dovuto trasferirci. Siamo andati ad abitare in piazza Silvio Pellico, proprio davanti dove ci sono le scuole pubbliche. Anzi, le stavano costruendo in quel momento.

Domanda. Dove adesso ci sono quei terribili palazzi di cinque piani?

Beppe. No, i palazzi sono di fianco. Quella casa c’è ancora. Hanno solo fatto una modifica. Perché lì era il

Beppe Ferrero nel suo ruolo di guida.

bric”. Quando entravi in casa dovevi scendere. Noi avevamo due camere là. Se tu ci vai ora vedi che c’è i medici. Hanno fatto una porta nuova. Non c’era ‘sta porta. Avevamo solo le due finestre e passavamo dal cortile.

Però poi nel mese di maggio del ‘33 mio padre è morto di anemia perniciosa: la leucemia allora la chiamavano anemia perniciosa. Era malato dal 1931. Però calcola che allora non c’era mutua né niente, dovevi pagare tutto. Mia madre era dovuta andare su in paese e farsi prestare soldi dalle sue sorelle. Li restituimmo negli anni successivi, dopo la morte di mio padre.

Allora per essere più vicini a mia nonna, siamo andati via. Nel ‘33, mese di luglio o agosto, siamo andati ad abitare al “Nuovo”, cioè al Borgo Nuovo, in via Tana, via dei Mulini. Si chiamava Borgo Nuovo, ma era nuovo nel 1600, quando è incominciato. Poi il nome se l’è portato dietro. Siamo andati ad abitare in via dei Mulini, in casa di Allora, perché lì vicino, in via Tana, ci abitava mia nonna. Le case che ci sono adesso sono ancora quelle originali di quel tempo là. Se vedi il famoso film di Don Bosco, quello girato nel ‘35 – ‘36, proprio lì hanno girato la scena dove Don Bosco veniva a vendere la farina per comperare i libri: si vede ancora tutto come era allora, non è cambiato niente, quelle case sono ancora quelle.

A scuola

D. Quindi, tu hai visto nascere e crescere il nuovo palazzo delle scuole di piazza Silvio Pellico.

B. No, quando sono andato ad abitare lì le scuole erano quasi terminate. Ma il primo ottobre del ’33, quando ho cominciato ad andare a scuola, sono andato nell’edificio nuovo.

D. Prima dove si trovavano le scuole?

B. Prima erano un poco alla Consolata, un poco dove c’era il Convitto, un po’ qui un po’ lì, un po’ là. Il primo ottobre 1933, quando io incominciai ad andare a scuola, hanno inaugurato le scuole nuove di piazza Silvio Pellico. Io ho un giornale a casa, non l’Arco, un altro, che fa vedere la foto della scuola e c’è scritto tutto il discorso fatto per l’inaugurazione. Nella scuola nuova c’erano le elementari femminili, elementari maschili, ginnasio e liceo.

Lì ho cominciato le elementari. Per maestra avevo la maestra Bianca Cavagna. Con noi c’era Ferruccio Fasano del viale Fasano, poi c’era un Vergnano che sarebbe stato il cugino più avanti di quello che fece poi il Sindaco Vergnano (sai due sindaci fa c’era Vergnano). Poi c’erano quattro ricchi. La maestra era tutta per loro. Una tragedia. Pensa che noi a casa si parlava in piemontese. Quando parlavamo della luce elettrica si diceva “a l’an buta’ la luce elettrica”, perché noi in via dei Mulini eravamo tutti a petrolio, non l’avevamo, era un lusso, perché in quella via eravamo tutti poveri, solo il Mulino era elettrificato e la casa della levatrice Casale, gli altri tutti a petrolio. Poi cosa è successo, che nel ‘42 non c’era più il petrolio e allora hanno messo tutti la luce. Un giorno la maestra ha fatto fare un compitino, ed io ho scritto che quella macchina “andava a luce elettrica”. Mi ha mortificato davanti a tutta la scuola: «Si scrive energia elettrica!». Chi mai ce l’aveva detto a noi! E poi: «Guarda Ferruccio, guarda Pierdomenico!». Io credo di non aver fiatato, ma che stupida! Quelli lì quando andavano a casa alla sera facevano la merenda poi avevano la maestra che faceva loro fare i compiti.

D. La vostra maestra li assisteva nel fare i compiti?

B. No, altre maestre. Capisci, erano famiglie ricche. Un’altra volta la maestra disse: «Disegnate il mare con delle barche». Io mi ricordo che ho disegnato il mare giallo «Cretino, il mare si disegna blu!». Ma chi ce l’ha mai detto? E chi l’ha mai visto? E’per quello che io non voglio scrivere. Ho imparato lì a odiare lo scrivere, per quello! Se tu leggi Ignazio Silone in Fontamara, dice che quando andavano a scuola, dovevano imparare l’italiano come una lingua straniera. E noi uguale: parlavamo solo piemontese.

Però dopo la terza ho cambiato maestro. Quando ho fatto quarta e quinta per maestro avevo Pomella Cesare, che era originario di Saluzzo. Era un ragazzo del ‘99, che era andato soldato nel ‘17. Ci raccontava la storia. Raccontava che siccome era maestro, l’avevano fatto sottotenente e l’avevano messo agli aerofoni. Aveva una squadra di soldati che, quando gli austriaci venivano a bombardare Venezia o Verona, loro erano lassù e quando sentivano il rumore degli aeroplani davano l’allarme.

Politica e scuola

B. Quando andavamo a scuola, nel ‘35 è cominciata la conquista dell’Impero. In tutte le scuole avevano messo una grossa carta geografica, la carta dell’Impero, e c’erano tutte le bandierine. Tutti i giorni si leggeva il giornale, e si spostavano le bandierine dove i soldati italiani erano avanzati.

Poi ci hanno messo nei Balilla: fazzoletto blu e cappello. A quel tempo il Duce aveva inventato il sabato fascista, perché prima noi qui a Chieri si faceva tutti 60 ore la settimana. Il maestro Pomella comandava tutti noi Balilla. C’era un altro che comandava gli Avanguardisti. Poi c’erano i liceali: loro dovevano fare i premilitari. Poi a vent’anni andavano soldati.

D. Ma queste manifestazioni dei Balilla, degli Avanguardisti, e i premilitari dove li facevate?

B. Le grosse manifestazioni, quando tutti gli anni facevano i saggi ginnici, si facevano in piazza Dante “el giò d’l balun” come lo chiamavamo noi. Perché io mi ricordo da piccolo che non c’era ancora il campo sportivo: giocavano il pallone lì, e con degli steccati chiudevano la piazza: chi voleva entrare doveva andare a pagare. Mio padre ha sempre giocato al pallone finché ha potuto. Però era una piazza durissima. Se cadevi lì, caro mio…!

D. Perché c’era la ghiaia?

B. Si. Terra dura, capito? E allora noi ci radunavamo sempre in piazza Dante “nel giò d’l balun”, poi andavamo “su d’la leia” e lì c’eravamo noi, gli avanguardisti, avanti e indietro.

Per Carreum Potentia, Antonio Mignozzetti

 

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