Un’intervista a Beppe Ferrero – 4ª puntata

Nello scatolificio Feruglio

Domanda. Nel 1941, quindi, terminato l’Avviamento, non sei più voluto tornare a Valdocco. Cos’hai fatto, allora, caro Beppe?

Beppe. Mi sono cercato un lavoro. Vado per Chieri e trovo Benedicenti, uno dei due fondatori della Cartotecnica, Angelo, il più vecchio (l’altro era Piero). Angelo era del 1904, era molto amico di mio padre. Mi dice: “Co t’fa”? Perché d’estate sovente veniva a prendermi, e io con la carretta gli andavo dietro: perché lui andava a recuperare le scatole, le trafficava, e io guadagnavo qualche soldo.

D. Quali scatole?

B. Scatole di cartone. Sai, a quei tempi là trovare il cartone era difficile. Dunque incontro Angelo Benedicenti per Chieri e mi fa: “Co t’ fa, Beppe?”. “Ma! Cercavo un post da travajè”. “Cerch un post da travajè? Doman matin ven da Michele”. Michele Feruglio era il titolare della cartotecnica che c’era prima dei Benedicenti. Era in via Visca. E Angelo Benedicenti era il capo degli operai della ditta Feruglio. Perché i fratelli Benedicenti avevano avuto una fabbrichetta di scatole di cartone, ma poi erano andati per aria. La fabbrichetta l’ha presa Feruglio, di Torino. Angelo Benedicenti è entrato a lavorare con lui, e faceva il capo dei lavoranti. Suo fratello Piero, invece, quando ci fu la grande crisi andò a Milano, sposò una milanese.

D. Che cosa faceva con precisione Feruglio?

B. Faceva le scatole. Quelle di cartone pesante per la Fiat, dove facevano i chiodi, le bullonerie; quelle normali per le coperte delle fabbriche chieresi. Poi lavorava molto per la fabbrica di cioccolata Novi. Perché lì in mezzo a Chieri c’era il caffè Bongiovanni. Il titolare veniva da Mondovì ed era anche un azionista della Novi. Siccome era amico di Feruglio, gli faceva fare tutte le scatole per la Novi. Arrivava il cartone, lo portavamo a stampare da Beltramo, la tipografia in piazza Mazzini, là al fondo, poi si facevano le scatole e poi le caricavamo sui treni vagoni e andavano a Novi. Durante la guerra Feruglio si associò con la tipografia Ages, che era traslocata da Torino, in fondo al cortile di via Palazzo di città dove c’è Il Capriccio. Beh, sono andato a lavorare da Feruglio, e ci sono stato dal luglio del ’41 fino 30 marzo del ’42.

D. Quand’è che sono subentrati i Benedicenti?

B. Dopo la guerra, Feruglio e la tipografia Ages hanno imballato il macchinario più bello e sono andati a farsi la fabbrica in Brasile. Allora i Benedicenti (in società c’erano Angelo il più vecchio, Piero che nel frattempo era tornato giù da Milano, e una sorella) hanno rilevato la fabbrica di Feruglio. Per un paio di anni sono rimasti in via Visca, poi si sono trasferiti dove sono adesso. Piero era molto amico di Ferrero, quello della cioccolata: quando questo si ingrandì, Benedicenti cominciò a fare le scatole anche per lui. Aveva l’ufficio sia qui a Chieri che laggiù ad Alba, perché lui era quello che progettava le scatole. Poi ci sono state altre cartotecniche: Zucca, Fasano, Tedesco, Travo ad Andezeno. Però hanno imparato tutti da Feruglio e da Benedicenti, e poi si sono messi in proprio.

Alla Fiat Aeritalia

B. Comunque, da Feruglio io non ci volevo restare. Mi son dato da fare e il 18 aprile del 1942 (avevo 15 anni) sono andato al corso allievi operai alla Fiat Aeritalia.

D. Dove si teneva il corso?

B. All’ Aeritalia, dove adesso c’è l’Alenia. Lì noi di Chieri avevamo una grossa fortuna, perché il vice-direttore amministrativo era Negri, il fratello del nonno di Ettore Negri, che era un ragioniere direttore amministrativo. Perciò noi di Chieri stavamo bene: bastava che andassi da lui, ti aggiustava in tutte le maniere.

Al corso per allievi operai eravamo 9 o 10. Per i primi 3 mesi a limare: ti facevi la squadra di 45 gradi, la squadra di 90 gradi, la coda di rondine che s’innescava semplice, doppia e tripla, poi l’esagono incastrato, tutti lavori che facevano tutte le scuole operai Fiat, sia noi dell’Aeritalia, sia Mirafiori, sia la Grandi Motori, sia la RIV. Finiti i tre mesi venivamo mandati in questo o quel settore, questo o quel reparto, sia a Mirafiori, sia ai Grandi Motori sia la RIV ecc.

A me sarebbe piaciuto andare dove facevano le eliche, che era di fianco a noi: perché lì c’erano due operai che facevano i provini delle pale delle eliche. Perché in ogni pala dell’elica gli ultimi 20 centimetri erano in più e li tagliavano. Facevano due provini in orizzontale, due in verticale e poi le eliche andavano in un laboratorio sperimentale per le prove, che fosse un buon materiale. Avevano sempre un allievo.

Chi montava le eliche era un mio amico di Chieri: Caplun. Si chiamava Cappella, noi lo chiamavamo Caplun. Era uno grasso. Gli dico: “Senti Caplun, dì al Barich (il Barich era il capo reparto) c’am pija mi”. Allora sono andato un mese lì a fare i provini.

Finito il mese, mi hanno mandato al laboratorio sperimentale, con l’ing. Gallinaro, dove dovevo restare tre mesi. Lì c’era l’ing. Mathieu, che era il capo, che dirigeva tutto (fu poi ucciso nel ‘44 non so se dai partigiani o dai fascisti) e l’ing. Gallinaro era il responsabile controllo dei materiali. Fai conto di vedere un arabo: testa pelata, era della Sicilia occidentale, ma una persona molto brava. Con l’ing. Gallinaro avevamo due Vichers, le macchine che provavano la durezza dei metalli. Lì tutte le mattine arrivava il collaudatore con la sacchetta di tutti quei ribattini. Ce n’era sempre 15 o 20, da 3 mm fino a 12.

D. Cos’erano i ribattini?

B. Erano come chiodi. Si chiamavano così perché dopo attraversate le lamiere venivano ribattuti. Arrivava con 5 o 6 fogli con tutta la lista. Io dovevo controllare che ci fossero tutti e firmare. Poi li prendevo: quelli che erano piatti li pulivo, gli altri che erano rotondi li facevo piatti e li mettevo sotto le macchine Vichers per controllare la durezza. Poi scrivevo tutti ‘sti numeri e li portavo all’ingegnere. E l’ingegnere li passava in rassegna: buono, non buono, da ritemprare, da scartare. E così tutto quello che arrivava, lamiere e metalli, dovevi tagliare un pezzettino e fare quel lavoro lì.

Novembre 1942: Torino bombardata

B. Dovevo stare 3 mesi. Dovevo finire verso il 15 o 16 novembre. Il 10 e l’11 novembre (1942) Torino fu bombardata dagli inglesi. Avevano già bombardato Milano a metà ottobre, poi a Genova e a novembre toccò a Torino.

Ma più di tutto su Torino buttarono migliaia di spezzoni incendiari, alti 40 centimetri, esagonali, pieni di fosforo. Quando battevano nelle case si incendiavano. Se hai mai visto nei documentari che facevano vedere Torino di notte, vedi tutto un mare di incendi, piccoli incendi. Molti di questi cadevano nei viali. Se battevano di punta l’innesco li incendiava. Quelli che battevano di piatto rompevano l’innesco e c’era tutto il fosforo per terra. Dove battevano di diritto sull’asfalto, bruciavano l’asfalto grosso così.

Beh, alcuni di questi spezzoni sono finiti sul laboratorio sperimentale. Hanno bruciato tutto, tutti gli armadi dove c’erano i ribattini, le due Vichers, il dinamometro della stoffa, il dinamometro dei tondini, il dinamometro battente, i pezzi che servivano per montare le eliche, tutto, le scaffalature con le carte con i risultati dei controlli sui materiali delle eliche che erano stati fatti e che dovevano essere conservati per quattro o cinque anni. C’erano gli armadi A, B, C. D ecc. e poi gli armadi 1, 2, 3 ecc. La mattina siamo arrivati là: c’erano i due ingegneri e i due operai, ma era tutto bruciato.

D. Che cosa vi si faceva?

B. Si costruivano i trimotori da trasporto, come quello che poi uno è finito a Superga con il Torino, ma anche il CR 42 e il G 55. Prima avevano fatto il G 50 e il BR 20. Facevano sei biplani CR42 alla settimana. Pensa, fare i biplani nel ‘42 e anche nel ‘43! Voglio dire: una pazzia! Poi, dal primo febbraio del ’43 sono andati in linea i G55, quei come l’ M109, che avevano già il motore da 1200 cavalli, armati di cannoncini da 20 mm, due mitragliatrici da dodici e poi tre cannoni Mauser calibro venti-trenta. I cannoncini andavamo come i cannoni, cioè venti il calibro e trenta la lunghezza delle canne.

I G55 erano un’altra cosa. Pensa che nel ’44, verso il 18-20 marzo, era passata una formazione di quadrimotori e bombardieri alleati. Radio Torino diede la notizia che i caccia G 55, che erano della Repubblica Sociale e avevano il campo a Venaria, avevano abbattuto un quadrimotore nelle Langhe. Radio Torino si era vantato che gli apparecchi erano costruiti a Torino. Io non avevo la radio. Quando arrivo in fabbrica: “Hai sentito cosa hanno detto?”.

I CR 20, invece, andavano ai 300 all’ora! Cosa vuoi che facessero con i caccia americani che facevano i 500? In ogni caso, facevamo sei CR 42 la settimana. Tutte le settimane facevamo le consegne. Io ero il responsabile della consegna per la parte elettrica. Quando veniva il pilota io dovevo fare vedere se si accendevano le luci delle ali e la luce in fondo, se la radio ricevente funzionava, se funzionavano gli sganci bomba e i contacolpi delle ali. Poi dovevo dargli la cuffia, che aveva la spina da attaccare alla presa. Infine, dovevo firmare tutti i documenti.

Elettricista

B. Ebbene, quella mattina, il 13 novembre, arriviamo là: non c’era più niente. C’erano i due ingegneri, il dottore in chimica, noi 4 allievi e due operai. Il direttore Nardi dice: “Gli allievi entrino in reparto”. E allora, porco cane, io andare a fare il tornitore, il fresatore, ma siamo matti? Sono andato con gli elettricisti. Il 15 novembre. E sono stato il primo allievo operaio che andava con gli elettricisti.

Mi hanno messo con un operaio che abitava a Torino ma veniva da Pinerolo, un vecchio socialista proprio di quelli là, ma era una bravissima persona. Centella Giuseppe si chiamava. Aveva quarantacinque-cinquant’anni. I primi giorni siamo andati in segheria a mettere in funzione quegli impianti che erano bruciati. Anche la segheria era bruciata tutta. A metà dicembre (sai io chiacchieravo sempre con tutti) vengo a sapere che volevano mandare un ragazzo al campo volo.

(Continua)

Per Carreum Potentia, Antonio Mignozzetti

 

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