Riassunto delle puntate precedenti
Nato il 12 gennaio 1927 da Carlo, di Chieri, e da Perino Maria di Balangero, trascorse l’infanzia fra l’odierno viale Fasano, piazza Silvio Pellico e via dei Mulini. Dopo aver frequentato, in pieno regime fascista, le scuole elementari di piazza Silvio Pellico, la famiglia lo iscrisse alla Scuola di Avviamento Professionale di Valdocco, fra gli apprendisti calzolai. Tornato a Chieri, a 14 anni cominciò a lavorare nello scatolificio Feruglio, poi Benedicenti, di via Visca, ma nell’aprile del 1942 riuscì ad entrare nel corso allievi operai della Fiat di Torino e poi, in piena guerra, mentre Torino veniva bombardata, nel corso sperimentale dell’Aeritalia, fra gli elettricisti addetti alla preparazione degli impianti elettrici dei trimotori Fiat. Dopo l’8 settembre del 1943 si trovò praticamente a dover lavorare per i Tedeschi e per i Fascisti della Repubblica Sociale.
I bombardamenti dell’aprile 1944
Beppe. Il 24 aprile (1944) sono passato operaio. Perché allora alla Fiat dopo due anni facevi il capolavoro, ti passavano operaio di seconda e ti davano il bocia. Il mio bocia aveva quattro anni più di me: era Migliore Giovanni, di Santena…
Il 25 aprile suonò l’allarme. Verso l’una arrivarono tre formazioni alleate. Una formazione sganciò bombe da mille libbre, grosse così e alte due metri e mezzo. Ma più di tutto lanciarono bombe a frammentazione: il campo ne era pieno. Quelle erano bombe terribili. Io, l’operatore Berto Datti e l’altro l’elettricista Plasio siamo scappati scendendo verso la Dora. Ci siamo messi dove c’era la diga, perché lì sulla Dora avevano fatto una diga: l’acqua andava al Martinetto, dove c’era una centrale elettrica dell’azienda elettrica municipale. Siamo andati lì ma non abbiamo calcolato che eravamo sulla linea del bombardamento. Alla prima onda le prime bombe son cadute giuste sulla cinta di Corso Francia. Poi la seconda ondata. Subito dopo la terza. Però ci è andata bene, perché in quel punto, per fare in modo che l’acqua della Dora non scappasse ed andasse nel canale, le avevano fatto come un bastione interno. Le bombe sono cadute tutte dietro quel bastione. Avessi visto tutte quelle bombe! Vedevi quei pioppi che volavano sull’acqua e anche tutte le pietre: avessi mai visto che macello! Sopra di noi c’era una batteria contraerea tedesca dotata dei famosi cannoni 88 e due aerofoni. Lì c’erano due o tre tedeschi. Gli aerofoni segnalavano da dove arrivavano gli aerei alleati per puntare i cannoni, hai capito. Sparavano a ritmo, sei o sette cannoni. Facevano tremare la terra. Dopo tre ondate alzo gli occhi: era finito! C’era il ricognitore. Siamo andati su alla fabbrica, ma eravamo talmente intontiti che ho preso la borsa e da una breccia che si era aperta verso corso Marche siamo usciti in corso Francia. Siamo andati a piedi. Eravamo in quattro o cinque mezzo intontiti. Si è messo a piovere. Mi ricordo che pioveva a dirotto, e noi niente, siamo arrivati in piazza Statuto marci dalla testa ai piedi. La mattina dopo, il 26, siamo andati di nuovo su, nel campo non ci hanno lasciati entrare perché c’erano molte bombe inesplose. Il 27 siamo ritornati al campo volo. Io avevo la consegna di due trimotori G55.

La trasferta a Caselle
B. Il 15 maggio del ‘44, con una squadra, sono stato mandato a Caselle, all’aeroporto.
D. Come mai a Caselle?
B. Dovevamo fare una modifica a un aereo CR 42 che i tedeschi avevano lì. Perché i CR 42 avevano lo sgancio-bombe sotto le ali, invece i tedeschi avevano sganci bombe diversi. E poi sotto ci hanno voluto mettere tre luci. Noi dovevamo modificare il CR 42 che era lì ma poi le stesse modifiche le facemmo agli aerei che man mano uscivano dall’Aeritalia. Quando io sono andato in linea dovevamo consegnarli finiti.
D. I tedeschi, perciò, si trovavano a Caselle prima che ci andassi tu.
B. Sì, nei mesi di febbraio e marzo del ’44 era arrivato un reparto tedesco della Lutvaffe che facevano manutenzione agli Stukas. Ce n’erano due modelli, uno grande e uno piccolo. Nella strada che da Caselle va a Leinì c’erano tre cascine, non so se ci sono ancora. Le cascine avevano degli orti tutti con le reti metalliche. I tedeschi le avevano tagliate tutte e si erano sistemati nei cortili. Avevano organizzato una specie di officina. Fai conto: c’era il camion con il tornio, il camion con la fresa, il gruppo elettrogeno, il gruppo per la saldatura, il carro gru: era un’officina ambulante. La nostra squadra eravamo io, che avevo 17 anni ed ero operaio elettricista, un verniciatore (perché il CR 42 aveva molte parti in tela), un telaiatore, un meccanico, un motorista ed il capo comando che era anche meccanico. Siamo stati a Caselle cinquantacinque giorni, fino al 10 luglio. Dopo aver fatto la modifica al CR 42, che ci è voluta una settimana, per il resto abbiamo lavorato con i tedeschi sugli Stukas. Io lo Stukas lo conoscevo come le mie tasche. Il 10 luglio siamo rientrati all’Aeritalia e mi hanno fatto responsabile della linea del CR42. Avevo un altro bocia, l’unica volta che ho avuto un bocia della mia leva. Questo veniva da Grugliasco. Ce n’era un mucchio che venivano da Grugliasco, da Collegno… Sai, Grugliasco è a due passi sall’Aeritalia.
D. A Caselle con quali mezzi ci andavate?
B. Fino a porta Nuova come al solito. Poi con il tram da Porta Nuova alla Ciriè-Lanzo. Qui prendevamo il treno e scendevamo a Caselle. Poi andavamo al campo volo a piedi. I tedeschi salivano sul treno a Venaria. Erano accasermati lì perché a Venaria c’era un campo d’aviazione. Erano quasi tutti tranquilli. Ce n’erano uno o due che erano proprio nazisti, gli altri ne avevano tutti le scatole piene. Quando arrivavamo a Caselle i tedeschi si mettevano tutti i fucili in spalla. Noi quattro o cinque dietro a loro. Si usciva da Caselle, si girava, si attraversava tutto il campo e andavamo ai camion-officina. Ma là c’erano sempre sei o sette tedeschi con il colpo in canna. Perché avevano paura dei partigiani caro mio! I Partigiani subito non erano tanti, ma poi si infoltirono molto. Quando gli alleati il 5 giugno occuparono Roma si diffuse la certezza che sarebbero arrivati anche al Nord, e allora tutti quelli che erano nascosti si erano andati ad aggregare alle formazioni partigiane. Solo che poi gli alleati si fermarono sulla Linea Gotica. Allora anche quelli fecero poi i partigiani fino alla fine.
Però devi capire questo. Dopo l’8 settembre, verso i primi giorni di novembre, cominciammo a sentire dire: «il Duce richiama tutti alle armi» e arrivarono tutti i manifesti. Tutti quelli che erano soldati all’8 settembre dovevano presentarsi: c’erano alpini, bersaglieri, tutti. Allora la Repubblica Sociale fece la Guardia Nazionale Repubblicana: non c’erano più i bersaglieri, alpini ecc. ma era un solo esercito uso fanteria. Di diverso c’era solo la brigata alpina Monte Rosa, che aveva il comando a Busca. A giugno-luglio anche quella andò alla fine e furono fatte le Brigate Nere. Da metà del ’44 fino al ’45 c’era solo le Brigate Nere: l’Ettore Muti a Milano, l’Ater Capelli a Torino, la Leonessa a Brescia, poi c’era la Decima Mas, che aveva la sede a La Spezia ma poi ebbe due reggimenti sul confine jugoslavo. A Chieri c’era un presidio che dipendeva dall’Ater Capelli di Torino, come ce n’era uno a Venaria, uno a Collegno ecc. Qui il presidio della Brigata Nera era in piazza Mazzini, dove adesso c’è l’USL. Erano nove o dieci, quasi tutti meridionali, un tenente di nome Nicola ed il figlio che aveva quattordici-quindici anni. ‘Ste Brigate Nere l’80% erano meridionali, ma sai perché? Perché quando arrivò l’8 settembre, siciliani, calabresi, pugliesi non potevano passare, non potevano tornare a casa. Si nascosero nelle nostre cascine, ma quando Mussolini li chiamò e fece il decreto che chi li nascondeva avrebbero fucilato anche loro, dovettero presentarsi e finirono tutti nelle Brigate Nere… Nelle formazioni partigiane, invece, di meridionali ce n’erano pochi. Ma quando le formazioni garibaldine e GL occuparono Chieri le comandava il capitano Barbato, che era un siciliano. Barbato era il nome di battaglia: si chiamava Colajanni, che era un capitano di carriera dell’esercito.
Il dopoguerra
D. Dopo la fine della guerra hai continuato a lavorare all’Aeritalia?
B. Fino al 6 giugno del ‘47. Pensa cosa è capitato nei primi giorni di maggio, poco prima di venire via. Allora i trasporti per i giocatori di calcio li facevano i militari, anche con gli aerei. Un pomeriggio arriva il solito pullman, lo chiamavamo il Conte Rosso, era il pullman del Torino. Nel campo li aspettava il trimotore il G12. I giocatori, che andavano a giocare a Pisa, son saliti sopra. Han messo in moto i motori, prima quello di destra, poi quello di centro. Quello di sinistra non voleva partire. Allora han fermato tutto, è arrivato uno dei marescialloni, hanno scapottato. Mentre facevano quello, sono scesi giù dall’apparecchio Gabetto, Bacicalupo ed altri due. Perché Gabetto, sua moglie aveva un fratello che lavorava con noi, Manegrassi. E allora mi ricordo che io e Manegrassi eravamo lì con Gabetto, che diceva: «Maresciallo, guarda che a noi questa baracca qui non ci piace». Ebbene l’apparecchio li ha caricati, poi ha messo in moto e li ha portati a Pisa. Alla sera a un quarto alle sei l’apparecchio è atterrato di nuovo all’Aeritalia. Ha atterrato lungo. È finito sull’hangar. Un’ala è volata oltre, là dove adesso è corso Marche: allora c’era solo una strada. L’ala destra è volata in mezzo ai prati. L’apparecchio si è incendiato. Nell’hangar c’erano due operai che lavoravano, li ha bruciati vivi. Uno era di Novi, Favero e l’altro di Torino, Mondini.
D. Quindi aveva ragione Gabetto a dire che quell’aereo era una baracca!
B. Pensa, io quella mattina arrivo alla stazione: «Hai letto su La Stampa che un apparecchio Aeritalia…». «Oh porca miseria, sono bello che fritto!». Perché io ero l’elettricista responsabile del campo. Come arrivo: «Va su svelto che sono tutti senza corrente». Sono andato a vedere. L’incendio aveva bruciato tutte le linee, 120 monofase, 200 trifase. I vigili del fuoco mi han dato il casco e dico al mio aiutante: «Sa, via, tiriamo via tutte ‘ste linee e prima di tutto mettiamo in funzione quella del 120 per avere la luce».
Abbandono della Fiat Aeritalia
B. Il sabato 6 giugno del ‘47 mi licenziai dalla Fiat: a mezzogiorno venni via. Il capo reparto mi disse: «Ma perché vai via! Fra un anno o due diventi caposquadra, frequenti la scuola Agnelli» (perché io a diciasette anni ero già operaio di seconda). Ma io in realtà ero stufo per più di un motivo.
D. Cioè?
B. Primo perché ero stufo di viaggiare sui carri bestiame. A due anni dalla fine della guerra viaggiavamo ancora sui carri bestiame da Chieri a Porta Nuova. Non ne potevo più! Secondo, per la situazione che si era creata in fabbrica. Dopo la Liberazione alla Fiat avevano messo tutti Comunisti, dal direttore, al capo reparto, al commissario politico. Pensa, eravamo arrivati al punto che gli dissi: «Siete peggio dei Fascisti voialtri». Pugno, il capo, era uno serio, e gli dicevo: «Ma senti Pugno, fammi il piacere, abbiamo fatto un bell’affare, uma butà fora i fascista e adesso abbiamo i commissari politici. Ma ti rendi conto che siete peggio dei Fascisti voi? Almeno quelli rompevano le balle ma in confronto a voi quelli erano sopportabili». Poi c’erano i commissari politici che si sentivano in diritto di non lavorare. Pretendevano di avere la paga massima e che lavorassero i cretini. Io ho piantato delle grane. Non sto mai zitto. Due volte mi han minacciato e poi una volta viene uno e dice: «Ti, è ora che ti calmi, perché te la facciamo pagare».
D. Per quale motivo ce l’avevano con te?
B. Perché facevo propaganda anticomunista. Anticomunismo puro. Beh, sai che gli ho risposto? Gli ho detto: «Senti bene, neh! Guardami bene in faccia! Se avete intenzione di pestarmi ammazzatemi neh! Se non mi ammazzate, le ho anch’io le armi. Ti ritengo a te responsabile, un colpo in testa non te lo cava nessuno». Io ero armato, avevo una pistola calibro 9, una pistola uguale a quella che aveva ammazzato Umberto primo a Milano: l’avevo comprata dai Partigiani. Di armi allora ce n’era un mucchio.
D. Ce l’avevi il porto d’armi?
B. Macchè porto d’armi! Ebbene, dico: «Guarda che sono armato anch’io. Ricordati, che se vengono a prendermi, io vengo a prenderti e ti faccio fuori qui». Ma mai nessuno ha parlato. Poi nel ‘47 me ne son venuto via. Ero stufo, ero stufo… Però sette o otto anni dopo, quando Tabasso ha fatto la fabbrica e doveva poi dare il bianco ma a Chieri gli imbianchini erano pochi, è venuta da Torino una ditta che si chiamava Martino (ricordo che sull’autostrada di Milano c’erano dei grandi cartelli “il sole dà il calore, Martino dà il colore”). Beh, mi ricordo che un operaio di quella ditta che era là che dava il bianco l’ho guardato e dico: «Ma io questo qui lo conosco… Oh porca vaca adesso ci penso io!» Ho radunato tutti gli altri giornalieri e dico: «Venite con me». Sono andato lì e ho detto: «Lo vedete questo bastardone qua? È stato segretario fascista ed adesso osa criticare gli altri! Vergognatevi di averlo iscritto al partito comunista, dovreste cacciarlo!». Oh, ma sai… È finita lì.

Elettricista da Tabasso.
D. Il sabato 6 giugno del ’47, quindi, ti sei licenziato dalla Fiat. Che cosa hai fatto, poi?
B. Sì, come sono arrivato a Chieri Felice Tabasso mi ha preso come elettricista.
D. Tabasso! Una delle aziende tessili più antiche e importanti di Chieri! Non è così?
B. Sì, i Tabasso provenivano da Pecetto. Infatti, a Pecetto -ancora oggi- vi sono moltissimi con quel cognome. Beh, all’inizio del Novecento quattro fratelli Tabasso vennero a Chieri. Avevano una cascina al brich, cioè dove oggi è piazza Silvio Pellico. Come tutti i nostri contadini, d’inverno facevano anche i tessitori in casa, per conto terzi. Dopo un anno circa hanno detto: «Perché dobbiamo tessere per gli altri? Facciamolo per noi!» E così hanno cominciato ad andare con il cavallo per i mercati a vendere. Perciò la loro prima fabbrichetta era al brich. Poi hanno litigato e si sono divisi: chi è andato qua, chi è andato là, ma hanno continuato tutti a fare i tessitori. Uno dei quattro fratelli si chiamava Felice. Uno dei suoi figli, Pinetu (Giuseppe), arrivò ad avere una fabbrica a Chieri, una a Venaria e una a Lambrugo, in provincia di Como. Quando nel ’29-’30 scoppiò la crisi economica e anche a Chieri molti industriali andarono per aria, Pinetu, come i fratelli Vergnano e qualcun altro, si salvò perché fece il concordato con i creditori, stabilendo una cifra di risarcimento che andava bene per entrambe le parti: vendette Lambrugo, la fabbrica di Venaria, la cascina, la casa dove abitavano e dove c’erano gli uffici, che era la casa di Via Vittorio Emanuele II n. 11, dove adesso c’è l’avvocato Musso, e con il ricavato pagò i creditori ma evitando di vendere tutto e di chiudere… Pinetu Tabasso aveva sei figli: Felice, Mario, Gino, Saverio, padre Paolo (gesuita), madre Valeria (una suora) più una figlia morta giovane, a vent’anni.
D. Hai accennato anche al fatto che dopo sei o sette anni dal tuo arrivo i Tabasso hanno fatto la fabbrica nuova. Prima che cosa c’era?
B. Quando sono arrivato io, nel ‘47, la fabbrica era piccola. Era lì dove è adesso, ma non era grossa così. Lì vicino c’era un’altra fabbrica tessile, “Ostino”, che poi è stata assorbita da Tabasso: stava lì, all’angolo tra la via principale e via Giordano. In tutto quel pezzo di terra che andava fino alla cima c’era il palazzo di Ostino: un capannone con i telai e tutta la terra ed alla cima aveva la cascina. Quando Ostino è andato alla fine, Tabasso l’ha assorbita. Poi ha comperato dal comune e si è allargato. Via san Raffaele continuava fino in cima alla strada. Lì Tabasso ha comprato tutto, ha costruito e la strada è sparita. Però quando sono andato io nel ‘47 la Tabasso era ancora piccola.
Appena sono arrivato Felice mi ha detto: «Ti, va subit a piè la patente». Me l’ha pagata lui. Poi: «Ti, va subit a pie la patente d’la caudera». Perché lì aveva tutti vecchi. Allora subito sono andato a prendere la patente della macchina, la seconda, a benzina; l’anno dopo sono andato a prendere la patente per la terza, a nafta. Aveva un camion e rimorchio con due autisti, però ogni tanto uno o l’altro mancava e quando andavamo via con camion e rimorchio, andavo io con l’autista. Io non facevo mai meno di dieci ore al giorno, dalle 7 alle 12 e dalle 14 alle 19.
D. Però eri stato assunto come elettricista
B. Sì, come elettricista, ma io ho fatto di tutto. Allora avevano ancora i telai da coperte, facevano quelle coperte semplici, le imballavano e dovevano cucirle. Quando si trovavano nelle canne: «Vai a agiutè a cui là» (“vai ad aiutare quelli là”). E allora andavo a cucire le teste delle balle.
Per poterle spedire.
D. Però non hai mai lavorato come tessitore.
B. Mai. Sempre come elettricista. C’era un gran lavoro per gli elettricisti. Perché mentre per i primi telai c’era un solo motore che azionava un lungo albero che a sua volta con le cinghie di trasmissione li mandava tutti, ad un certo punto cominciarono ad arrivare i telai elettrici, con ognuno il suo motore. Allora bisognava già fare l’impianto elettrico sul telaio. Poi sono arrivati i primi telai Ruti Automatic (venivano dalla Svizzera), molto più veloci: mentre i telai precedenti facevano 125 battute al minuto, i Ruti ne facevano 160. Ma erano anche più complessi. Ho dovuto lavorare dei mesi per mettere le cellule elettriche, sai per il cambio spola, perché era automatico. Poi sono arrivati i telai Ruti B, poi i Ruti C. I Ruti C avevano il motore della macchina, il motore del telaio, il motore di sopra, avevano la cellula ed il guarda ordito: tutte apparecchiature elettriche che dovevo controllare io. Tutti i momenti ero lì.
(Continua)
Per Carreum Potentia, Antonio Mignozzetti