Un’intervista a Beppe Ferrero

Beppe Ferrero è un personaggio, mancato nel dicembre del 2016, che a Chieri tutti ricordano con grande simpatia, specialmente nel ruolo di guida turistica volontaria che assunse nell’ultimo periodo della sua vita, succedendo al commendator Secondo Caselle: una guida dalla memoria prodigiosa, dalla battuta sempre pronta e dalla sincerità e mancanza di diplomazia a volte disarmanti.

La Carreum Potentia, che lo ebbe socio, prima effettivo poi onorario, gli ha intitolato uno dei suoi settori operativi, quello dell’Accoglienza gruppi e delle Visite guidate.

Circa dieci anni fa decidemmo (il sottoscritto e qualche altro socio della Carreum Potentia) di fare un giro per Chieri insieme a lui, per ascoltare dalla sua viva voce, e registrare, i ricordi che gli suscitavano i vari angoli della città. Il giro durò qualche giorno. Ne uscì un’intervista interessante e gustosa, che fin’ora è rimasta inedita. Abbiamo pensato di proporne a puntate i passi salienti.

Ricordi d’infanzia – 1ª puntata

Domanda. Beppe, raccontaci qualcosa di te!

Beppe. Sono nato il 12 gennaio del 1927 in una casa d’affitto in quel tratto di via Circonvallazione che andava da Porta Torino a strada Pecetto. Nella tradizione chierese era chiamata “la leia di pover”, il viale dei poveri (“leia” è: viale). Perché c’era anche il viale grande, viale Fiume, “la leia d’ la porta ‘d Turin”, che c’erano i platani. In via Circonvallazione, invece, c’erano solo le “gasiglie”, le acacie. E allora era “su dla leia di pover”. Proprio la frase giusta: infatti erano tutte casette basse, come adesso. Poi via Circonvallazione cambiò nome e diventò viale di Val Cismon.

Domanda. E’ vero. Ho letto sul giornale L’Arco dell’epoca, conservato in biblioteca, che ciò avvenne proprio nello stesso anno che nascesti tu. La strada fu allargata e raddrizzata e poi, il 27 agosto del 1927, alla fine dei lavori, fu chiamata Viale di Val Cismon in onore del conte Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, uno dei “quadrunviri” del Fascismo. L’inaugurazione avvenne nel giorno della festa di Chieri. Il nuovo viale finiva all’incrocio con Strada Pecetto.

Beppe. Sì. Da lì in poi mantenne il vecchio nome. Dopo il ponte, dove oggi c’è un parco pubblico, allora c’era il Parco della Rimembranza: un’area che i Caselli avevano regalato al Comune per farci un ricordo dei caduti della prima Guerra Mondiale. I nomi dei caduti erano scritti su paletti piantati per terra. Vi restò fino a quando venne fatto quello molto più bello fuori del cimitero.

D. E sulla “leia d’la porta ‘d Turin” com’erano le case?

B. Sulla destra, andando verso Torino, dove adesso c’è la lapide di don Bosco e del giocoliere, c’era la fabbrica di Ronco. Poi c’era un prato lungo che era dei Tabasso, che era vuoto, ma poi i Tabasso, Mario, Gino e Saverio, ci hanno costruito le loro ville. Poi c’era la casa dei Taverna. Poi la “casa svizzera”. Dall’altra parte c’era già Fasano, poi c’erano prati, poi c’era una casa di… non mi ricordo come si chiamava, era un mutilato della prima guerra, e poi tutti prati. Fasano poi aveva regalato un pezzo di terra lì di fianco per fare il campo sportivo. Ma al tempo della repubblica Sociale ‘sto campo fu venduto e fu comperato da Vergnano, quello della FI.DI.VI., che ci ha costruito lo stabilimento che adesso hanno distrutto. E il campo sportivo l’hanno fatto più avanti, dov’è ancora adesso. Però attorno al campo sportivo c’era un prato. Quando hanno fatto la strada nuova, il prato lo hanno tagliato e lì è restato ‘sto giardinetto dove per tanti anni i Comunisti hanno fatto tutti gli anni la festa dell’Unità.

D. I tuoi genitori erano di Chieri?

B. Si, mio padre, Carlo, era di Chieri da antica tradizione. Mia madre, Perino Maria, veniva invece da Balangero, vicino a Lanzo. Si erano conosciuti perché mio padre, classe 1901, era stato a Roma con i granatieri di Sardegna (io a casa ho ancora il suo congedo) e il fratello di mia madre era con lui. Allora l’ha conosciuta. Il fratello di mia madre li ha fatti conoscere. E’ andato su e poi ha sposato mia madre.

Mio padre da giovane aveva fatto prima l’aiuto poi il cuoco al Convitto Civico, dove adesso c’è il Museo del Tessile. Lì sopra c’era un Collegio Civico. Quando si sposò, nell’aprile del 1926, diventò un piccolo tessitore. Comprò un telaio da coperte di quelli manuali. Lo comprò da Vastapane, che li vendeva perché stava comprando quelli meccanici. Io ho ancora la copia della fattura, il cui originale si trova in Comune.

A quei tempi là avevano tutti i telai in casa. Lavoravano in proprio. I tessitori delle coperte normalmente lavoravano quattro giorni la settimana e intanto guadagnavano che andava bene. Ah, il sabato era sabato, la domenica era domenica e facevano festa anche il lunedì. Erano giorni di bisboccia. Quella era proprio la tradizione dei tessior chieresi. Dal 1920, qui a Chieri era una “cocca e migoga” (una pacchia, ndr). Però io ne conosco due o tre che lavoravano sette giorni la settimana, e facevano minimo 10 – 12 ore al giorno. Si sono avanzati dei soldi. Però nel 1929 tutti all’aria a causa della famosa crisi economica che era iniziata in America e poi era arrivata anche in Europa!

Tante erano le coperte che facevano, tanto prendevano i soldi. Non è come mia madre che invece lavorava in una tessitura. Prima ha lavorato nella tessitura Lazzero, in punta a viale Fasano, poi è andata a lavorare da Fantini nelle coperte. Intendiamoci, da Fantini alla stazione, che era chiamato Fantini “il re”, dove adesso ci sono le case costruite da Manolino (perché c’era anche un Fantini in via San Raffaele, dove adesso c’è la sala della Conceria). Si Fantini “il re” i primi telai li aveva in vicolo Romano, poi s’è fatta far la fabbrica in via Zalli, là dietro dove c’è adesso Brunetti. Poi in seguito, negli anni ’32- ‘35 ha comperato la fabbrica che era di Fasano e Ferrero alla stazione, che nel ‘30 erano andati per aria. Anzi, la fabbrica i Fantini l’avevano comprata dalla banca. Fantini Stefano, “il re”, l’aveva comprata lui, aveva portato tutti i telai lì, dove ha poi comperato il Manolino, che c’è tutte quelle case belle, non di qua da Gallina, eh, ma di là dalla stazione. Sono andati lì.

Per Carreum Potentia, Antonio Mignozzetti

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